venerdì 18 giugno 2010

Pensieri in libertà


Al ritorno dal viaggio in Puglia, ho trovato sulla scrivania del mio computer la scatolina della fotografia. Improvvisamente l'ho vista tra le mani di mia madre, mentre in chiesa tirava fuori il rosario e lo sgranava ascoltando la messa. Ho rivisto le due mani giunte che erano seminascoste in un angolo della chiesa, simbolo di non so cosa, le panche instabili sulle quali sedevano i tanti ragazzini della minuscola borgata, sorvegliati dalle loro mamme che sedevano sulle sedie di paglia.
Dirette da una monaca venuta dal paese vicino, le donne rispondevamo al prete biascicando in un improbabile latino, quando ancora la messa si diceva in quella lingua.La chiesa di Ripalta, costruzione iniziata intorno al 1200 e mai finita, era un vecchio monastero dei frati celestini, pomposamente chiamato il Castello, in cui abbiamo vissuto per anni. Il Castello guardava da un lato la campagna, dall'altro la vicina foce del fiume Fortore, che si snodava pigro in lente anse verso il mare, che si intravedeva all'orizzonte.
In quella chiesa mi sono sposata, in un tripudio di oro, teli rosa e celesti paesanissimi, residuo degli adobbi con i quali la settimana prima era stata festeggiata Santa Maria di Ripalta. Il sabato precedente, infatti, era caduta la festa della patrona e la statua lignea della madonna, portata in processione per le quattro viuzze sterrate del paese, con gran strepito di mortaretti, oscillava paurosamente insieme a quelle di San Ciro e Santa Rita che la accompagnavano durante l'accidentato tragitto dalla chiesa alla Cerra, gruppo di case minuscole, in cui ancora viveva qualche vecchia vedova e qualche famiglia.
E rivivendo quei giorni, rivedo la folla di amici e parenti venuti da Napoli a vedere la casa che avevamo appena finito di restaurare e che si inaugurava proprio con il mio matrimonio.
Ma tornando alla scatolina con la piccola, antica corona, trovarla lì proprio al rientro da Ripalta, viaggio che facevo con lei ogni paio di settimane e che negli ultimi anni per me era diventato una specie di tormento, per il suo continuo rinvangare ricordi dolorosi, veri o immaginati, del suo passato, è stata una coincidenza che mi ha colpito ed emozionato: al ritorno mi ha accompagnato mio fratello, che ha continuato a ricordare questo e quello, parlando di lei, di nostro padre, di noi bambini a Positano e a Capri. Trovare sul computer la sua scatolina, che non sapevo più dove fosse, è stato un po' come trovarla a casa ad aspettarci.

giovedì 24 settembre 2009

Le api di Licia


Caspita, ma che ore sono? Le sei del mattino? E perché mio padre dal giardino ci chiama tutti a gran voce? E’ successo qualcosa? Con il cuore in gola, mi infilo un pantalone e una maglietta e mi fiondo sull’aia, dove tutto pare tranquillo, a parte mio padre che con il naso in su, saltella intorno ad un grappolo nero che pare appartenere all’albero di prugne, urlando uno dopo l’altro i nostri nomi, come se si trattasse di una questione della massima urgenza … L’aia è molto grande e raggiungerlo richiede qualche istante, ma quando sono lì resto estasiata … è uno sciame d’api che si è posato su un ramo, facendo per cos’ dire quadrato a protezione della regina … Sono quasi tutte lì, tranne qualche ape esploratrice, che va e viene, alternandosi con le compagne.
Mio padre, che in gioventù si era occupato di api insieme a Rocco, aveva ancora tutta l’attrezzatura, tuta, maschere, affumicatore e, soprattutto, arnie, tante, da tempo in disuso a causa della tignola che a suo tempo aveva distrutto le comunità e, non volendo perdere di vista lo sciame, ci chiamava perché portassimo lì tutte le cose per catturarlo.
Rocco era un suo collaboratore analfabeta, di straordinaria intelligenza, che si portò perfino in viaggio di nozze, ufficialmente per farsi aiutare con le valige, in realtà fargli vedere un pezzetto di Italia, visto che non si era mai mosso dal suo podere.
Babbo ed io ci guardavamo e in un attimo ci capimmo, io rimasi di guardia allo sciame e lui cercò tra le casette da tempo abbandonate in un angolo dell’aia quella che avesse un aspetto migliore. La portò sotto l’albero ed insieme ne strofinammo accuratamente il fondo e le pareti con delle foglie di menta, in modo che acquistassero un odore invitante e, quando arrivò anche mio fratello, lo mandammo a prendere tute e maschere, che indossammo velocemente. Mio padre ci disse che se gli insetti ci fossero venuti addosso avremmo dovuto restare immobili perché difficilmente ci avrebbero punti, dato che le api, che hanno un pungiglione fatto ad uncino, che resta incastrato nella parte punta, dopo aver punto muoiono. Quindi pungono solo quando il movimento fa intravedere un pericolo incombente sull'alveare.
Quando fummo tutti pronti, mio padre scosse energicamente il ramo e il grappolo di api cadde nella cassetta, che ci affrettammo a ricoprire con il suo tettuccio. Moltissime api però erano volate via e potete immaginare il ronzio che si scatenò in quel momento, la paura nel vedermi circondata da tanti insetti… ma fedele alle istruzioni ricevute (e grazie soprattutto al fatto di aver ricevuto ottime tuta e maschera), non ebbi neppure una puntura, mentre mio fratello, che non era stato altrettanto fortunato e nella cui maschera erano entrate delle api - forse a causa di qualche buco o forse perché non l'aveva indossata in modo corretto - era terrorizzato e si spogliò in tutta fretta nonostante fosse al centro dello sciame, per cui si beccò un sacco di punture ed espose al rischio di essere punti anche gli altri, visto che fuggendo aveva trascinato con sé verso casa un folto gruppo di api inferocite. Il giorno dopo era gonfio come un pallone e gli venne proibito di avvicinarsi mai più ad un alveare.
Così lui dimenticò l'esistenza di quello sciame e io, invece, mi appassionai, tanto da dedicarmi al loro allevamento fino a quando non ho aspettato il primo figlio e non potevo più sollevare grandi pesi.

sabato 23 maggio 2009

Storia di un quadro


Non si vede benissimo, rappresenta un girotondo di bambini su un prato. E' un quadro che mi è particolarmente caro, perché ha una storia un po' insolita. Era un quadro che stava nel salotto del fratello di mia suocera, un vecchio signore rinsecchito, rimasto vedovo durante la guerra della giovane moglie incinta morta tra le macerie della loro casa colpita da una bomba. Non si era mai risposato e si era dedicato alla politica ed all'economia, rivestendo ruoli importanti politici ed occupando prestigiose (e remunerative) poltrone. Di quella carriera, Zio Guido aveva conservato un certo orgoglio ed una certa severità e mia suocera, una deliziosa donnina minuta, sempre sorridente, pendeva dalle sue labbra, come aveva fatto per tutta la vita. Unici superstiti della loro famiglia, si incontravano ogni paio di mesi, quando mia suocera riusciva a convincere qualcuno dei figli ad accompagnarla nella visita. Quando toccava a noi, pur non nutrendo particolare simpatia per quell'uomo, siccome lavoravo a pochi passi da casa sua, andavo anche io e in salotto, mentre i due vecchietti parlavano di personaggi della loro vita o di nipoti vari, io mi incantavo a guardare quel piccolo quadro, che pareva così fuori posto in quella casa austera, che odorava di brodo vegetale e, quindi, di vecchiaia.
Quando il povero zio Guido morì, pur tra le lacrime, mia suocera si unì agli altri parenti speranzosi per la lettura del testamento... sorpresa! Il povero zio Guido, che in vita aveva promesso a questo e a quello dei nipoti di ricordarsi di lui o di lei, aveva lasciato tutto il suo patrimonio al parroco di una vicina chiesa e alla Basilica di Pompei, lasciando ai nipoti l'onere di svuotare la casa dei libri lasciati a quattro o cinque nipoti (tra cui Giulio) insieme a trecentomila lire a testa, stabilendo che tutto il resto venisse venduto all'asta a beneficio di un istituto di ciechi.
Qualche giorno prima della data fissata per la vendita andammo a casa sua a vedere le cose esposte, faceva rabbia e malinconia veder esposti ricordi di famiglia, che avrebbero potuto andare a qualcuno dei nipoti, che certamente li avrebbero apprezzati e ben custoditi, ma decidemmo di non adare neppure ad assistere a quella vendita, per non vedere lo scempio che sarebbe stato fatto di quei ricordi.
Avevmo confidato all'esecutore testamentario il nostro desiderio di acquistare un paio di quadri, ma pur comprendendo le ragioni di mia suocera e quelle di Giulio, non poteva derogare dalle istruzioni impartite dal testatore.
Si può immaginare la nostra sorpresa quando il giorno dopo l'asta ci telefonò per comunicarci che i due quadri che volevamo, uno dei quali battuto per ottocentomila lire, non erano poi stati assegnati perché chi se li era aggiudicati, dovendo pagare in contanti e non avendone a sufficienza, aveva optato per altri oggetti e che, se lo avessimo voluto, avremmo potuto comprarli al prezzo base di trecento cinquanta mila lire. Era una bella somma, però in fondo c'era solo da aggiungere qualche soldo al piccolo legato in denaro lasciato a Giulio insieme ai libri e fu così che le bambine sono arrivate nella mia camera da letto e da allora mi fanno compagnia...

venerdì 8 maggio 2009

Come fu che ad un certo punto....


Lo vedete questo bel bambino biondo? E' Mariolino, il primo figlio del mio fratello maggiore, con il quale siamo stati per tutta la vita come culo e camicia, se mi perdonate la volgarità dell'espressione.
Avevo sempre pensato di non volere figli e, quindi, di non avere alcuna intenzione di sposarmi. Il matrimonio mi appariva allora quasi come una condanna a morte e a mia madre, che tentava invano di farmi ragionare, dicevo che non mi sarei di certo sposata, quanto meno non prima dei quarant'anni perché non volevo legami, volevo decidere liberamente della mia vita. Eh, sì, immaginavo la mia vita fatta di lavoro, viaggi, amori senza impegno, insomma in poche parole intendevo vivere a modo mio, almeno gli anni della giovinezza.
Poi un bel giorno si annunciò, del tutto inaspettato, l'arrivo di un bebé. Mio padre era seccatissimo, nella sua famiglia i bebè erano nati sempre solo DOPO nove mesi dal matrimonio, vi lascio immaginare quindi le storie e gli orribili suggerimenti per evitare lo scandalo. Mia madre, invece, donna di straordinaria intelligenza e modernità, disse che lei se ne fregava delle chiacchiere degli altri, il nipote c'era e lei se lo teneva. E si mise immediatamente all'opera per organizzare il matrimonio e accogliere l'erede. Fu una gravidanza senza problemi, alla fine Mariolino pareva sempre voler nascere, ma non si decideva mai, tanto che ad un certo punto i medici per evitare guai, decisero per il cesareo, con nostro grande sollievo. Io all'epoca lavoravo a Roma, dove vivevo da sola e, quindi, non appena Mariolino nacque immediatamente andai a Ripalta a vederlo. Era un bambino minuto con dita e unghie lunghissime, nato con la camicia, rivestito cioè di una sorta di pelle che poi nei giorni successivi alla nascita è caduta. I quattro peli che aveva in testa erano biondissimi e i suoi occhi diventavano di giorno in giorno di un azzurro più intenso. Andavo in giro per Roma con la testa infilata nelle vetrine dei giocattoli, nessuno mi pareva troppo bello o troppo costoso per lui, che cresceva bello come il sole e riempiva di orgoglio genitori e nonni. Intelligentissimo, apprezzava tutti gli stimoli che gli offrivamo e, soprattutto, adorava il nonno che seguiva come un cagnolino. Per parte mia, il fine settimana correvo a trovarlo, portandogli sempre qualcosa, e quando il pomeriggio mi stendevo sul letto, lui si veniva ad accoccolare vicino e dormivamo abbracciati.
Il suo profumo di borotalco, il tepore di quel corpo, la vocina squillante, le risate che scoppiavano improvvise e irresistibili, mi hanno pian piano conquistato ed mi hanno fatto capire che il rifiuto di avere figli era solo un capriccio della bambina la cui prima risposta era un sonoro NO. La natura faceva sentire la sua voce e mi spingeva a riconsiderare tutte le mie scelte di vita. Nel frattempo, chiusa l'esperienza romana, tornata a Napoli ritrovai tanti vecchi amici e tra un teatro, una conferenza, un cinema, una cena improvvisata, incontrai il mio principe ed in quattro e quattr'otto ci siamo sposati ed abbiamo immediatamente avviato la nostra famiglia....

domenica 12 aprile 2009

Matilde Serao racconta Palazzo Donn'Anna



da "Leggende Napoletane" di Matilde Serao 1856-1927

Il bigio palazzo si erge nel mare. Non è diroccato, ma non fu mai finito; non cade, non cadrà, poiché la forte brezza marina solidifica ed imbruna le muraglie, poiché l'onda del mare non è perfida come quella dei laghi e dei fiumi, assalta ma non corrode. Le finestre alte, larghe, senza vetri, rassomigliano ad occhi senza pensiero; nei portoni dove sono scomparsi gli scalini della soglia, entra scherzando e ridendo il flutto azzurro, incrosta sulla pietra le sue conchiglie. mette l'arena nei cortili, lasciandovi la verde e lucida piantagione delle sue alghe. Di notte, il palazzo diventa nero, intensamente nero; sì serena il cielo sul suo capo, rifulgono le alte e bellissime stelle, fosforeggia il mare di Posilipo, dalle ville perdute nei boschetti, escono canti malinconici d'amore e le monotone note del mandolino: il palazzo rimane cupo e sotto le sue volte fragoreggia l'onda marina. Ogni tanto, par di vedere un lumicino passare lentamente nelle sue sale e fantastiche ombre disegnarsi nel vano delle finestre; ma non fanno paura. Forse sono ladri volgari che hanno trovato là un buon covo, ma la nostra splendida povertà non teme di loro; forse sono mendicanti che trovarono un tetto, ma noi ricchi di cuore e di cervello, ci abbassiamo dalla nostra altezza per compatirlo. E forse sono fantasmi e noi sorridiamo e desideriamo che ciò sia; noi li amiamo i fantasmi, noi viviamo con essi, noi sogniamo per essi noi moriremo per essi, col desiderio di vagolare anche noi sul mare, per le colline, sulle roccie, nelle chiese tetre ed umide, nei cimiteri fioriti, nelle fresche sale, dove il medioevo ha vissuto.
Fu una sera, e splendevano di luce vivida quelle finestre; attorno attorno il palazzo, sul mare si cullavano barchette di piacere, adorne di velluti che si bagnavano nell'acqua, vagamente illuminate da lampioncini colorati, coronate di fiori alla poppa; i barcaiuoli si pavoneggiavano nelle ricche livree. Tutta la nobiltà napoletana, tutta la nobiltà spagnuola, accorreva ad una delle magnifiche feste che l'altiera Donna Anna Carafa, moglie del duce di Medina Coeli, dava nel suo palazzo di Posilipo. Nelle sale andavano e venivano i servi, i paggi dai colori rosa e grigio, i maggiordomi dalla collana d'oro, dalle bacchette d'ebano: giungevano continuamente le bellissime signore, dagli strascichi di broccato, dai grandi collari di merletto, donde sorgeva come pistillo di fiore la testa graziosa, dai monili di perle, dai brillanti che cadevano sui busti affiliati e seducenti; giungevano accompagnate dai mariti, dai fratelli e qualcheduna, più ardita, solamente dall'amante. Nella grande sala, sulla soglia, nel suo ricchissimo abito rosso, tessuto a lama d'argento, con un lieve sorriso sulla bocca, il cui grosso labbro inferiore s'avanzava quasi in atto di spregio, inchinando appena il fiero capo alle donne, dando la mano da baciare ai cavalieri Grandi di Spagna di prima classe come lei, stava Donna Anna di Medina Coeli. L'occhio grigio, dal lampo d'acciaio, simile a quello dell'aquila, rivelava l'interna soddisfazione di quell'anima fatta d'orgoglio: ella godeva, godeva senza fine nel veder venire a lei tutti gli omaggi, tutti gli ossequi, tutte le adulazioni. Era lei la più nobile, la più potente, la più ricca, la più rispettata, la più temuta, lei duchessa, lei signora, lei regina di forza e di grazia. Oh poteva salire gloriosa i due scalini, che facevano del suo seggiolone quasi un trono; poteva levare la testa al caldo alito dell'ambizione appagata che le soffiava in volto. Le dame sedevano intorno a lei, facendole corona, minori tutte di lei: ella era sola, maggiore, unica.
In fondo al grande salone era rizzato un teatrino, destinato per lo spettacolo. Tutta quella eletta schiera d'invitati, doveva dapprima assistere alla rappresentazione di una commedia ed a quella di una danza moresca; poi nelle sale si sarebbero intrecciate le danze sino all'alba. Ma la grande curiosità della rappresentazione era che gli attori per una moda venuta allora di Francia, appartenessero alla nobiltà. Donn'Anna Carafa di Medina disprezzava i facili costumi francesi che corrompevano la rigida corte spagnuola, ma scrutatrice dei cuori e apprezzatrice del favore popolare com'era, s'accorgeva che quelle molli usanze piacevano ed erano adottate con trasporto. Solo per questo ella aveva consentito che Donna Mercede de las Torres, sua nipote di Spagna, sostenesse una parte nella rappresentazione. Donna Mercede, giovane, bruna, dai grandi occhi lionati. dai neri capelli, le cui treccie le formavano un elmo sul capo, era una spagnuola vera. Ella rappresentava nella commedia la parte di schiava innamorata del suo padrone, una schiava che lo segue dappertutto, e lo serve fedelmente sino a fargli da mezzana d'amore, sino a morire per lui d'un colpo di pugnale, destinato al cavaliere da un padre crudele. Ella recitava con un trasporto, con un tal impeto, che tutta la sala si commuoveva, allo sventurato e non corrisposto amore della schiava Mirza: tutti si commuovevano salvo Gaetano di Casapesenna che recitava la parte del cavaliere, ed egli, freddo, indifferente, inconscio, non faceva che rimaner fedele al carattere che rappresentava. Solo, alla fine della commedia, quando la sventurata Mirza ferita a morte, s'accommiata con parole d'affetto da colui che fu la sua vita e la sua morte, allora, egli, cui appare finalmente la verità qual luce diffusa meridiana, preso dall'amore, s'abbandona in ginocchio dinanzi al corpo della poveretta morente e copre di baci quel volto pallido d'agonia. Invero, egli fu così focoso ditale slancio, così patetica ed improntata di dolore la sua voce, così disordinato ogni suo gesto, che veramente parve superiore ad ogni vero attore, e parve che la verità animasse il suo spirito, sino al punto che la sala intiera scoppiò in applausi.
Sola, sul suo trono, tra le sue gemme, sotto la sua corona ducale, Donn'Anna impallidiva mortalmente e si mordeva le labbra. Non era lei la più amata.
Le due donne s'incontravano nelle sale del palazzo Medina; si guardavano, Donna Mercede fremente di gelosia, l'occhio nero covante fuoco, smorta, rodendo un freno che la sua libera anima abborriva; Donna Anna, pallida di odio, muta nella sua collera; si guardavano, impassibile e fredda Donn'Anna; agitata e febbrile Donna Mercede. Scambiavano rade ed altere parole. Ma se la gelosia scoppiava irresistibile, l'ingiuria correva sul loro labbro:
Le donne di Spagna sono esse le prime, ad abbandonarsi all'amante - diceva Donn'Anna, con la sua voce dura e grave.
Le donne di Napoli si gloriano del numero degli amanti - rispondeva vivamente Donna Mercede.
Voi siete l'amante di Gaetano Casapesenna, Donna Mercede.
Voi lo foste, Donn'Anna.
Voi obbliaste ogni ritegno, ogni pudore, dandoci il vostro amore a spettacolo, Donna Mercede.
Voi tradiste il duca di Medina-Coeli, mio nobile zio, Donn'Anna Carafa.
Voi amate ancora Gaetano Casapesenna.
Voi anche lo amate ed egli non vi ama, Donn'Anna.
Vinceva la bollente spagnuola e Donn'Anna si consumava dalla rabbia. Ma egualmente l'odio glaciale della duchessa, contro cui si infrangeva ogni slancio di Donna Mercede, tormentava la spagnuola. Esse avevano nel cuore un orribile segreto; esse portavano nelle viscere il feroce serpente della gelosia, esse morivano ogni giorno di amore e di odio. Donn' Anna celava il suo spasimo, ma Donna Mercede lo rivelava nelle convulsioni del suo spirito e del suo corpo. La duchessa agonizzava, sorridendo; Donna Mercede agonizzava, piangendo e strappandosi i neri capelli. Fino a che ella scomparve d'un tratto dal palazzo Medina-Coeli e fu detto che presa da improvvisa vocazione religiosa, avesse desiderato la pace del convento e fu narrato del misticismo ond'era stata presa quell'anima, e delle lunghe eterne giornate, passate in ginocchio dinanzi al Sacramento, e del fervore della preghiera e delle lagrime ardenti: ma non fu detto né il convento, né il paese, né il regno, dove era il convento. Invano Gaetano di Casapesenna cercò Donna Mercede in Italia, in Francia, in Ispagna ed in Ungheria, invano si votò alla Madonna di Loreto, a San Giacomo di Compostella, invano pianse, pregò, supplicò. Mai più rivide la sua bella amante. Egli morì giovane, in battaglia, quale a cavaliere sventurato si conviene.
Altre feste seguirono nel palazzo Medina, altri omaggi salutarono la ricca e potente duchessa Donn'Anna; ma ella sedeva sul suo trono, con l'anima amareggiata di fiele, col cuore arido e solitario.
Quei fantasmi sono quelli degli amanti? O divini, divini fantasmi! Perché non possiamo anche noi, come voi, spasimare d'amore, anche dopo la morte?

mercoledì 4 marzo 2009

Una pesca quasi... miracolosa


Ragazzini, vivevamo tutto il giorno in costume da bagno, sulla spiaggia di Positano.
Era una spiaggia lunga, un po' meno di oggi, in parte di ciottoli, che sul bagnasciuga erano più simili a sassolini, in parte di una sabbia scura, quasi nera.
Passavamo buona parte della giornata nell'acqua, sdraiati sul materassino di tela, dal quale pescavamo piccoli pesciolini, che davamo ad un napoletano anzianotto, trapiantato a Milano, che d'estate tornava a casa per le vacanze e che in cambio ci dava i soldi per un gelato. Lo avevamo conosciuto perché sulla spiaggia ci pregava di raccogliere per lui i gusci di cozze piccole che trovavamo, con i quali credo facesse dei quadri che però non ho mai visto.
L'ultima estate che siamo andati in vacanza lì, i nostri vicini di ombrellone erano una coppia di sposini austriaci in viaggio di nozze, che di solito prendevano i loro materassini e si allontanavano dalla spiaggia grande per raggiungere una delle tante spiaggette vicine. Il marito, abbastanza più grande di lei, parlava italiano, l'italiano dei tedeschi, con lei invece scambiavamo grandi sorrisi e talvolta qualche parola in inglese. Un pomeriggio vedemmo che lui metteva la maschera, si tuffava, nuotava per un po', poi tornava a riva e scuoteva la testa, mentre lei scoppiava in un pianto disperato. Turbati, non sapevamo cosa fosse successo e se potessimo intrometterci, poi però, pensammo che, da quel che avevamo visto, dovevano aver perso qualcosa, così era: Traude durante una di quelle passeggiate in materassino aveva perso un braccialetto d'oro, che era stato il primo regalo del marito.
Potevano due provetti pescatori come noi restare indifferenti a cotanto dramma? Certo che no, quindi, in quattro e quattr'otto, ci rimettemo i costumi e ci tuffammo, pregandoli di aspettare cinque minuti, che avremmo cercato di trovarlo facendo la stessa strada che al mattino avevamo visto fare a loro. Il percorso era disseminato di scogli e di lunghe alghe verdi, tra le quali si nascondevano pesci, pescetti e ricci di mare. Tra la spiaggia e quella foresta di alghe si stendeva una striscia di sabbia bianca e fu lì che all'improvviso vidi luccicare qualcosa di giallo. Era profondo quattro o cinque metri, ma per noi, abituati a pescare i ricci e i polipi sommozzando, era un gioco da ragazzi... un tuffo e... voila, ecco il braccialetto nelle nostre mani. Invertita la marcia, siamo tornati orgogliosi e trionfanti sulla spiaggia dove siamo stati abbracciati e sbaciucchiati da moglie e marito, ai quali non pareva vero che avessimo trovato quel tesoro. Nonostante le loro insistenze, non abbiamo accettato nessuna ricompensa, perché lo avevamo fatto solo per simpatia. Di lì è poi nata un'amicizia durata per molti anni, finché come spesso succede, piano piano ci siamo persi di vista, quando loro hanno scoperto Tenerife. Penso con tenerezza ad entrambi, alla loro famiglia che poi negli anni ho conosciuto, a quanto è stato stupido lasciar cadere quella amicizia....

sabato 28 febbraio 2009

Carnevale - Le feste (2)


I preparativi per la festa erano molto laboriosi, sembrava quasi che ogni festa dovesse essere più bella della precedente. Ricordo che l’ultima la facemmo quando avevo una decina d’anni e che, in quell’occasione, davvero mia mamma superò se stessa. Aveva comperato un centinaio di palloncini, che aveva fatto gonfiare con l’elio e, dopo aver legato un paio di metri di nastro colorato a ciascuno, lanciare al soffitto.
Allora assumere l’intrattenitore era considerato un inutile spreco, i bambini erano accompagnati dalle loro mamme e in genere si invitavano a casa propria solo persone conosciute. Ogni bambino portava un regalino: libri, piccoli giochi, caramelle o biscotti. Se erano dolciumi, se ne aprivano un paio di scatole da offrire in giro e il resto si conservava in vista di futuri ricicli. Dopo il buffet, fatto di tramezzini che erano una festa di colori e panini, pizze e pizzette fritte, spremute di arancio e qualche coca cola, cominciavano i giochi nei quali occorreva cimentarsi, c’era un gran cartellone con il disegno di un asino e i bambini – bendati e aiutati da un adulto perché non si infilzassero la puntina della coda nel dito - dovevano cercare di attaccare al posto giusto la coda dell’asino. Vinceva chi arrivava più vicino, poi si facevano tanti giochi tipo sacchi vuoti e sacchi pieni, il pacco, la sedia…. Quando era quasi ora di andar via, portavano le pignate, che si mettevano su un tappeto. Ai bambini, nuovamente bendati, si dava una mazza di scopa interamente rivestita di carta crespa, con una punta come quella dell’asso di bastoni, con la quale dovevano cercare di rompere una delle due pignate, una per i maschi, una per le femmine.
Romperle non era facile, all’interno di ciascun pacco rivestito di carta per dargli la forma di un ananas o di un ortaggio, c’era una grossa pentola di coccio, piena di caramelle e cioccolatini, nascosti tra i coriandoli e un premio: un mazzo di carte per un gioco tipo doppia coppia o memory, oppure una bambolina o un modellino di automobile…
Ad ogni colpo si tastava l’integrità della pignata, il primo che la spaccava era il vincitore del premio e, dopo aver eliminato eventuali schegge, agli altri bambini venivano consegnati coriandoli, caramelle e cioccolatini.
Poi tutti mettevano il cappotto, recuperavano un palloncino colorato e andavano via.
Le feste per gli adulti, invece, di solito prevedevano solo una maschera “en tete”. La cena di solito era a picnic e avveniva tra un giro e l’altro di un torneo di canasta. Se non c’era il torneo, i grandi facevano vari giochi, la corsa con la patata nel cucchiaio, il passaggio sotto un bastone teso sempre più in basso, il ballo con lo spaghetto in bocca o la mela da mangiare in due… E, alla fine, anche i grandi dovevano rompere la pignata. Le signore si mettevano in fila e una alla volta davano una botta sulla pentola, poi ci provavano i loro mariti, a volte la pignata era così ben impacchettata che romperla era difficilissimo e si doveva quindi ricominciare più volte il giro.
Noi bambini naturalmente eravamo stati spediti a letto per tempo, ma io ogni tanto riuscivo a sgattaiolare fuori dalla mia stanza e ad andare a spiare, ma immancabilmente venivo beccata e rispedita a letto.