sabato 28 febbraio 2009

Carnevale - Le feste (2)


I preparativi per la festa erano molto laboriosi, sembrava quasi che ogni festa dovesse essere più bella della precedente. Ricordo che l’ultima la facemmo quando avevo una decina d’anni e che, in quell’occasione, davvero mia mamma superò se stessa. Aveva comperato un centinaio di palloncini, che aveva fatto gonfiare con l’elio e, dopo aver legato un paio di metri di nastro colorato a ciascuno, lanciare al soffitto.
Allora assumere l’intrattenitore era considerato un inutile spreco, i bambini erano accompagnati dalle loro mamme e in genere si invitavano a casa propria solo persone conosciute. Ogni bambino portava un regalino: libri, piccoli giochi, caramelle o biscotti. Se erano dolciumi, se ne aprivano un paio di scatole da offrire in giro e il resto si conservava in vista di futuri ricicli. Dopo il buffet, fatto di tramezzini che erano una festa di colori e panini, pizze e pizzette fritte, spremute di arancio e qualche coca cola, cominciavano i giochi nei quali occorreva cimentarsi, c’era un gran cartellone con il disegno di un asino e i bambini – bendati e aiutati da un adulto perché non si infilzassero la puntina della coda nel dito - dovevano cercare di attaccare al posto giusto la coda dell’asino. Vinceva chi arrivava più vicino, poi si facevano tanti giochi tipo sacchi vuoti e sacchi pieni, il pacco, la sedia…. Quando era quasi ora di andar via, portavano le pignate, che si mettevano su un tappeto. Ai bambini, nuovamente bendati, si dava una mazza di scopa interamente rivestita di carta crespa, con una punta come quella dell’asso di bastoni, con la quale dovevano cercare di rompere una delle due pignate, una per i maschi, una per le femmine.
Romperle non era facile, all’interno di ciascun pacco rivestito di carta per dargli la forma di un ananas o di un ortaggio, c’era una grossa pentola di coccio, piena di caramelle e cioccolatini, nascosti tra i coriandoli e un premio: un mazzo di carte per un gioco tipo doppia coppia o memory, oppure una bambolina o un modellino di automobile…
Ad ogni colpo si tastava l’integrità della pignata, il primo che la spaccava era il vincitore del premio e, dopo aver eliminato eventuali schegge, agli altri bambini venivano consegnati coriandoli, caramelle e cioccolatini.
Poi tutti mettevano il cappotto, recuperavano un palloncino colorato e andavano via.
Le feste per gli adulti, invece, di solito prevedevano solo una maschera “en tete”. La cena di solito era a picnic e avveniva tra un giro e l’altro di un torneo di canasta. Se non c’era il torneo, i grandi facevano vari giochi, la corsa con la patata nel cucchiaio, il passaggio sotto un bastone teso sempre più in basso, il ballo con lo spaghetto in bocca o la mela da mangiare in due… E, alla fine, anche i grandi dovevano rompere la pignata. Le signore si mettevano in fila e una alla volta davano una botta sulla pentola, poi ci provavano i loro mariti, a volte la pignata era così ben impacchettata che romperla era difficilissimo e si doveva quindi ricominciare più volte il giro.
Noi bambini naturalmente eravamo stati spediti a letto per tempo, ma io ogni tanto riuscivo a sgattaiolare fuori dalla mia stanza e ad andare a spiare, ma immancabilmente venivo beccata e rispedita a letto.

Carnevale - Maschere (1)



I Parlato erano sempre pronti a festeggiare in compagnia, Natale, Capodanno, Pasqua erano feste rigorosamente assegnate alle sorelle di mio padre, in una interminabile gara di bravura culinaria. Ugualmente festeggiati con gran pompa compleanni ed onomastici delle sorelle, meno quelli dei fratelli, le cui mogli non avevano tanta voglia di darsi da fare.
Il Carnevale, invece, nella loro infanzia costellata di lutti familiari e vissuta con una mamma di salute assai cagionevole, era una festa quasi ignorata, quindi se ne era immediatamente impossessata mia madre che invece amava stare in compagnia (del periodo del collegio non ricordava assolutamente nulla, tanto doveva essere stato infelice). Quindi a carnevale si festeggiava doppiamente, con i parenti e gli amici e con noi bambini. Lei cucinava e cuciva benissimo, era una persona che ignorava la pigrizia, piena di fantasia e di buon gusto com’era, si sbizzarriva a preparare succulenti manicaretti e a cucire vestiti e vestini nei quali ci saremmo pavoneggiati a tutte le feste di carnevale alle quali avremmo partecipato.
Nella nostra casa di via Poerio c’era un salotto ai cui lati c’erano lo studio di mio padre e la camera da pranzo, tutti comunicanti tra loro e che costituivano quindi uno spazio adattissimo alle feste. Dopo aver deciso come ci saremmo vestiti (ed era una delle poche occasioni in cui avevamo voce in capitolo) mamma si metteva subito al lavoro.
Un anno io avevo letto la Tamburrina di Napoleone, un libro per bambini di cui non ricordo quasi nulla, se non la copertina. Mia mamma mi cucì un pantalone di panno azzurro, con due bande dorate ai lati, un corpetto bianco con le spalline azzurre e le nappe dorate che ne discendevano e una sfilza di alamari dorati cuciti su strisce di panno rosso, insomma più o meno come la divisa della foto, salvo che per i colori. La cosa più difficile fu trovare il Kepì, che nessuno dei negozi di articoli carnevaleschi aveva, così che mio padre dovette ingegnarsi a farmene uno, che però era un po' sbilenco. Fortunatamente, però, una mia zia ne vide uno in un negozio di quelli che vendono la carta a peso d’oro e me lo regalò. Siccome ero magrissima, quel costume mi stava benissimo e l'ho potuto indossare a moltissime feste, per almeno un paio d’anni, poi mi è uscito il pettacchione che ho e così dovetti conservarlo. Ce l'ho ancora, nascosto da qualche parte. Negli anni precedenti e successivi mi sono vestita da cowboy, da ballerina, da pacchiana, da cappuccetto rosso, da dracula… Mio fratello più grande, invece, si vestì per anni da Robinson Crosue, anche a lui mamma aveva fatto un costume con pelli di capra e un vecchio pantalone di fustagno, sul quale indossava una camicia ridotta a brandelli… Massimo, il mio fratello piccolo, pestifero e dotato di una volontà ferrea, mal sopportava di indossare due anni di seguito lo stesso costume, né tanto meno avrebbe mai indossato i nostri, quindi si è vestito da diavolo, da casetta (anche questo costume c’è ancora, come quello di Robinson) , da strillone, da cuoco, da arlecchino, da Pierrot… I miei bambini, invece, si sono vestiti per un paio di anni da Pinocchio (sempre grazie alla nonna, che aveva fatto i vestiti di panno lenci rosso e verde) e poi da pagliaccio, da spaziali, da coniglio, da superman.
Ormai, però, per loro il carnevale si festeggia unicamente con la lasagna, che in verità mi riesce piuttosto bene.

domenica 25 gennaio 2009

Un pomeriggio bellissimo


Ieri era domenica e purtroppo pioveva, ogni tanto il cielo si apriva un po' per un'illusione di bel tempo, poi di nuovo acqua a catinelle. Non faceva tanto freddo, ma c'era molto vento e le raffiche di pioggia non invitavano ad uscire, però le bambine di mio fratello, che è ancora a Milano con la moglie, dopo avermi aiutato a cucinare e a mettere la tavola, avevano giocato a lungo con il computer ed il nintendo e ad un certo punto mi pareva che fossero un po' stufe. Così siamo scese nello splendido giardino all'interno del mio palazzo, bellissimo, ma talmente abbandonato da far quasi paura e mentre sul terrazzo panoramico ci godevamo la veduta, ci è venuta voglia di un gelato. Così, detto fatto, abìbiamo avvertito i miei che andavamo a fare una passeggiata e ce la siamo squagliata in fretta, io e le tre bambine. Siamo andati da un gelataio che offre una grande varietà di gusti e la scelta è stata molto laboriosa, cosi' come la demolizione dei gelatoni che avevamo ordinato. Poi volevo far vedere come la forma conica del golfo di Napoli evidenziasse la natura vulcanica del luogo e abbiamo così ammirato la zona di Bagnoli, Monte di Procida e le isole di Ischia e Procida che, a causa del maltempo, si vedevano con grande chiarezza. Finito il giro panoramico, spiegata la leggenda della sirena Posillipo e la storia del palazzo di Donn'Anna, siamo andati a guardare il mare da vicino, le onde spazzavano via Caracciolo (il lungomare) ed era bellissimo vederle frangersi sulla scogliera stando ben al calduccio in macchina... Potete immaginare quante diverse gradazioni di grigio possano esserci in un cielo napoletano in un tramonto nuvoloso? E riuscite a vedere come cambino i colori del Vesuvio quando è illuminato solo a tratti dai raggi del sole che hanno bucato le nuvole in qualche punto? I suoi colori vanno dal viola cupo al rosso, al verde brillante e se - mentre guardate le nuvole e gli intrecci di luce che arricchiscono di colori quella che in genere sembra una montagna brulla - vi accorgete che nei dintorni del porto sorge in tutto il suo splendore un bellissimo arcobaleno quasi completo, riuscite a capire perché chi vive qui- con tutti i problemi e le difficoltà che ci sono nel quotidiano - non sa poi staccarsi da queste luci e da questi colori? Le bambine in macchina non stavano nella pelle e non sapevano più dove e cosa guardare. Il vento soffiava, le nuvole si accavallavano e si rincorrevano nel golfo, il mare urlando la sua furia schiaffeggiava la scogliera con onde alte e rumorose... C'era stata la partita, che il Napoli aveva malamente perso, e c'era ancora un momento di pausa, prima che la folla accalcatasi allo stadio si rovesciasse sulle strade, un'orda incontrollata e delusa... Un pomeriggio bellissimo!

domenica 18 gennaio 2009


Quando si partiva per Positano, l'unica cosa di cui mio padre si preoccupava era il sacchetto con la lampara ed un buon numero di totanari, lunghe lenze che terminavano con una bacchetta di piombo alla quale si legavano accuratamente filetti di alice, che servivano da esca per i totani, animali molto simili ai calamari, che all'epoca abbondavano vicino alla costa.
Per poter andare a pesca, bisognava che ci fosse la luna nuova e che il tempo fosse sufficientemente stabile, per noleggiare una barca a remi ed avventurarsi in mare aperto di notte, con tre bambini e una moglie che non sapeva nuotare, ma che rifiutava di restare ad aspettare a casa.
Quando finalmente la data era decisa, consultati tutti i marinai di fiducia per previsioni del tempo personalizzate, si preparavano le lenze. Erano lenze di un centinaio di metri di nailon doppio, che terminavano con una polpara, un pezzo di piombo, con un amo a forma di cerchio con delle spine di metallo, al quale si legava saldamente un'alice appena pescata. Mio padre si preoccupava anche di acquistare l'acetilene per la lampara, mentre mia madre preparava una merenda a base di rosette di pane imbottite di mortadella, un po' di uva a cornicelle, qualche bottiglietta di gassosa (la coca cola non era ancora entrata saldamente nella nostra cultura) e noi cinque, con un caro amico anche lui appassionato di questo tipo di pesca, ci avviavamo. Eravamo naturalmente vestiti con pantalonacci vecchi e, benché fosse piena estate, eravamo anche obbligati ad indossare le pizzicosissime marinare - pullover di lana fitta tipici della Positano di quegli anni, che erano fatti con lana a buon mercato e pungevano se le indossavi senza avere una camicia sulla pelle.
Si partiva all’imbrunire e ci allontanavamo lentamente dalla spiaggia finché le luci di Positano diventavano piccole piccole. La notte diventava sempre più scura e tutti restavamo in un silenzio quasi religioso, rotto solo dallo sciabordio dei remi.
Giunti al posto ritenuto adatto alla bisogna, si metteva dell’acqua di mare nella lampara, legata a poppa, insieme alle pietre di acetilene e si liberava così un gas con un odore molto penetrante, al quale si dava fuoco. L’assenza della luna faceva concentrare sotto la sibilante luce della lampara decine di aguglie e pesciolini vari e a volte anche i totani, che vedevamo nuotare quasi a pelo dell’acqua, con il loro incantevole color rosso vivo.
Sempre in silenzio, calavamo le nostre lenze, alzando ed abbassando il braccio per cercare di indurre i totani ad abboccare. Quando si sentiva una toccata bisognava tirare su piano piano, senza strappi, con un ritmo costante. Il totano, infatti, nuotando all'indietro, si aggrappava sempre più all'amo mentre, se uno avesse dato uno strappo troppo forte, si sarebbe staccato e sarebbe fuggito. Appena arrivato in barca il totano, che non poteva più sfruttare la forza propulsiva dell'acqua per nuotare, si staccava da solo dall’amo e lanciava un forte spruzzo di acqua, misto ad inchiostro, al quale tutti cercavano di sottrarsi allontanandosi il più possibile da chi lo aveva preso, per riavvicinarsi immediatamente dopo, per valutare la grandezza della preda.
Nelle pesche più fortunate, in un paio d’ore prendevamo una decina di totani e al ritorno non finivamo di commentare la pesca, le catture di questo e di quello, il totano scarpone (molto grosso) che ci era scappato per un pelo… Appena arrivati a casa mamma puliva e cucinava i totani con la salsa di pomodoro, mentre noi, sporchi, infreddoliti e affamati, aspettavamo che fosse pronto a tavola.
Mangiavamo con gli occhi che si chiudevano dal sonno, ma non avremmo rinunciato per nulla al mondo a quella pasta, che ci sembrava buonissima, anche se eravamo così stanchi che a stento riuscivamo a tenere gli occhi aperti.
Capitava, però, anche di tornare a mani vuote, perché non si era trovato il punto giusto, o semplicemente perché eravamo stati poco fortunati, ma anche se un po’ ci restavamo male, un gelatone da Chez Black, il bar che stava sullo stradone e del quale eravamo affezionati clienti, ci consolava in fretta della delusione. E anche senza totani da mettere nel sugo, mamma la pasta la preparava lo stesso.

sabato 17 gennaio 2009

Testa tonda e testa quadra



E mentre Testa Tonda contava, noi rispondevamo al suo posto. Allora non sapevamo che
quelle storie, che ci affascinavano, avevano uno scopo didattico e servivano a farci ripassare le tabelline, la grammatica, la storia e la geografia e a stimolarci al calcolo veloce. Testa Tonda sarebbe stato punito dallo Spillone di Fata Nocina? e Testa Quadra avrebbe ricevuto una di quelle piccolissime caramelle magiche, che potevi succhiare per ore e sentire di volta in volta il sapore al quale pensavi? La storia di Fata Nocina si è dipanata per anni, mentre appollaiati su quella poltrona ci crogiolavamo nel suo abbraccio tenero, fino a quando il povero Testa Tonda, che per qualche tempo aveva il sedere così malridotto da non potersi quasi sedere, si rassegnò a studiare e Fata Nocina dovette andare a cercarsi altri bambini da educare allo studio.
Babbo raccontava le storie in modo meraviglioso, dando ai suoi personaggi voci diverse, Pinocchio, Mangiafuoco, la Fata Turchina, il grillo Parlante, Tarzan, Cita e gli animali della foresta, ognuno aveva un suo modo di parlare e in occasione di feste familiari si formava intorno a lui un crocchio di bambini che ascoltavano incantati i racconti che la sua fantasia intesseva per noi. E che importa se ogni tanto preso dalla foga del racconto, ci faceva sobbalzare con i suoi urli, oppure se invece, appesantito dal pasto abbondante, chiudeva un attimo gli occhi e si appisolava... Noi aspettavamo fiduciosi che continuasse e se non continuava lo scuotevamo energicamente e lui ricominciava a raccontare da dove si era interrotto.
I guai cominciavano quando gli chiedevamo di raccontare di nuovo una storia che già ci aveva raccontato, perché non si ricordava più cosa fosse successo quella volta che Cita aveva litigato con il leone e Tarzan era dovuto intervenire a sedare la lite, oppure di quella volta che Testa Tonda aveva copiato il compito da Testa Quadra e la maestra non se n'era accorta.... Noi pretendevamo che la raccontasse nello stesso modo e usando le stesse parole e quando sbagliava era un coro di Nooo non era così... Babbo era una persona dolce e accomodante e ridacchiando diceva "allora raccontatemi voi com'era andata".... Ma neanche così andava bene, a noi piaceva che raccontasse lui, quindi il poverino, dopo che gli avevamo ricordato cosa fosse successo, era costretto a raccontare di nuovo... cercando di non sbagliare neppure una parola.
E forse, oltre ai colori ed al movimento degli occhi, io gli somiglio nella capacità di immedesimarmi nelle fantasie dei bambini, nella capacità e nella voglia di sognare anche quando tutto sembra andar male.

lunedì 12 gennaio 2009

Mario e Maria - due


A quel punto la famiglia, alla quale andava benissimo baloccarsi con quella ragazzina, si chiuse a riccio, ostacolando in ogni modo quell’amore, tanto da non partecipare neppure al matrimonio, che dopo poco seguì.
Maria, che si sposava circondata solo dalla sua mamma, dal patrigno e da uno zio e dalla gente che viveva nel paesino - del resto c’era la guerra e anche gli spostamenti non erano facili – mentre cognati e cognate erano asserragliati nel castello, da dove avevano rifiutato di scendere per partecipare a quel matrimonio, con il cuore gonfio del dolore di essere respinta, guardava la statua di quella madonna miracolosa e prometteva amore, fedeltà, tenerezza ad un uomo timido, tanto innamorato da mettersi contro la sua famiglia, ma non abbastanza coraggioso da difenderla dalle mille angherie di fratelli e cognate, che non perdevano occasione per tiranneggiarla, svillaneggiarla, offenderla.
Poi la guerra finì, si tornò in città, nella casa avita, affollatissima, in pieno centro, dove alla sua famiglia di quattro persone venne assegnata una stanzetta minuscola; col passare dei mesi, però, fu evidente che la casa era diventata troppo piccola per starci tutti e che bisognava che qualcuno andasse altrove.
A lei non parve vero di poter lasciare quel buco in cui l'avevano relegata e una casa in cui non aveva voce in capitolo, per avere invece finalmente un posto tutto suo, in cui non dover dar conto a nessuno. Certo in cinque anni il suo bel carattere, la sua intelligenza e la sua sensibilità alla fine le avevano pian piano riconquistato l’amicizia di quelle due ragazze con la veletta, che si fidavano e si confidavano, certe che nulla sarebbe trapelato dei fatti loro e Mario e Maria finalmente si trasferirono in via Poerio, che il popolino chiamava Vico Freddo, a un passo dalla villa comunale e dal mare, che Maria aveva scoperto solo dopo il matrimonio. Ben presto in quella casa arrivò a far compagnia ai due bambini biondi e con gli occhi azzurri un demonietto con gli occhi neri, bruno bruno, piccolo di statura ma immenso per l'intelligenza straordinaria e che aveva un altrettanto straordinario pessimo carattere…
La vita di Mario e Maria non è mai stata facile, difficoltà economiche a non finire, Mario non aveva mai lavorato e non poteva né voleva cominciare a farlo a cinquant’anni, le proprietà non rendevano quasi nulla e ogni tanto bisognava vendere qualcosa... fu così che Maria si rimboccò le maniche e prese le redini economiche della famiglia. Spirito di osservazione, tenacia, capacità di progettare e di guardare lontano, costanza nell’impegno non tardarono a dare risultati e Mario e Maria, finalmente raggiunsero una discreta tranquillità economica.
Finiti gli anni di una giovinezza tumultuosa, resa infelice dalle difficoltà della vita e anche da quelle create da una famiglia diffidente e prepotente, che vedeva in lei una persona interessata ed avida, perché il marito, mentre raccontava delle angherie subìte, quando Maria rivendicava il possesso di quel che apparteneva a lui, la esortava a lasciar perdere perché non voleva far dispiacere i suoi fratelli.
Hanno vissuto insieme più di quarant'anni e anche se con qualche sbandamento da una parte e dall’altra, pur litigando ferocemente un giorno sì e l’altro pure, si sono amati e rispettati fino alla fine. Mario, approdato a Capri, dopo un inverno faticoso per le tante malattie che si erano succedute, si è tuffato e, forse per l'acqua ancora troppo fredda, ci è rimasto. Maria, impietrita dal dolore, lo ha pianto nei lunghi anni in cui è rimasta sola, mantenendo vivo in figli e nipoti il suo ricordo fino a quando, stufa di vivere senza di lui, ha rifiutato di curarsi una ferita infetta e lo ha seguito in un un mattino di settembre di qualche anno fa. Il loro amore, pur nella severità della rigida educazione ricevuta, ci ha sostenuto ed accompagnato anche quando ci siamo messi nei guai per superficialità o imprudenza, loro non erano compagni o amici, ma nemmeno giudici o carnefici. E chi li ha conosciuti, ancora oggi li ricorda con amore.

Mario e Maria - uno


Sedici anni, capelli neri, occhi verdi un pettacchione malamente rivestito da un vestitino da tre soldi. Nonostante la guerra, era sempre allegra e cantava a squarciagola "Vento, portami via con te…" In effetti il posto in cui l’avevano trascinata all’uscita dal collegio era il centro direttivo di un grande feudo, di cui il suo patrigno era amministratore. Era un piccolo borgo, che contava circa trecento anime, ai margini del castello che lo dominava. Intorno, una campagna arida, sperduta ai limiti del Tavoliere, tappa obbligata della transumanza delle pecore dagli Abruzzi. Lì si parlava un dialetto a lei incomprensibile e del resto lei, messa in collegio a Napoli in tenera età, ormai aveva ben poco in comune anche con la sua mamma, che, pur adorandola, non era in grado di capirla. Dal balcone Maria guardava le donne che, sedute in circolo nella piazza (piazza, mo’… un largo pavimentato con ciottoli di fiume) davanti al castello lavoravano la lana, facendo calze per i soldati, che mandavano a figli, fratelli, mariti sparpagliati in luoghi che non riuscivano neppure ad immaginare dove fossero.
E le giornate, interminabili, passavano tra un servizio, una canzone, un pianto… Maria era molto vivace e carina, ma quel posto sperduto non offriva nulla per appagare il suo bisogno di sapere, di parlare, di vivere. Mario, Il padrone, strappato dal suo studio di avvocato e relegato in campagna a curare gli interessi della famiglia, non era adatto al ruolo che gli avevano imposto ed era un uomo precocemente invecchiato, che a notte fonda suonava il pianoforte per ore. La musica giungeva attutita, e Maria fantasticava sugli occhi azzurri di quell’uomo così triste e sul suo sorriso così dolce. Per adornare il balcone troppo spoglio, rubava i fiori nel giardino padronale, che poi piantava nei vasi che erano sul balcone e si divertiva quando Mario, da quell’ingenuo sognatore che era, ammirava i fiori e si complimentava con lei, senza accorgersi che non era possibile che dove ieri c’era un tulipano oggi ci fosse una calle. Di sguardo in sguardo, di sorriso in sorriso, tra Mario e Maria stava cominciando a nascere una simpatia, che forse sarebbe rimasta tale se ad un certo punto l’intensificarsi dei bombardamenti su Napoli non avesse indotto l’intera famiglia di Mario a sfollare a Ripalta. Da qualche giorno al castello c’era una grande animazione, avevano ridipinto la facciata, spazzato corti e cortili, lustrato porte e maniglie, pulito e ripulito le campane di vetro delle centinaia di lumi a petrolio che lo illuminavano. Poi, quando ormai la tensione di quell’attesa era diventata insopportabile, arrivarono macchine e carrozze, piene di giovani e meno giovani, dalle quali scesero, tra gli altri, due ragazze vestite a lutto, con i volti coperti dalla veletta. Si sentivano sole e sperdute, da poco era morta la loro mamma e la sorella più grande, che era già sposata, era invece rimasta a Roma con il marito.
Maria, figliastra dell’amministratore, che parlava un italiano corretto e senza accento,venne presentata alla famiglia e quelle due ragazze in gramaglie la presero immediatamente in simpatia. Nonostante l'origine modesta, sapeva comportarsi educatamente e, soprattutto, stare al suo posto al momento opportuno.
Per Maria fu come se all’improvviso si fossero spalancate le porte del paradiso, le due ragazze avevano solo qualche anno più di lei ed erano così desiderose di affetto e di attenzioni che in breve tempo non seppero più fare a meno di quel cucciolo affettuoso, allegro e curioso che era Maria, che in quell’ambiente raffinato e colto aveva trovato nutrimento per il corpo, ma soprattutto per il suo spirito affamato.
Quella ragazza ora Mario se la trovava ogni momento tra i piedi e la tenerezza che già provava per lei piano piano divenne amore e passione e, nonostante la notevole differenza d’età tra loro, ad un certo punto trovò il coraggio di proporsi.
Segue