mercoledì 8 febbraio 2012
I 65 anni di Licia
Gioco spesso a burraco con le amiche e, volendo ricambiare i tanti inviti ricevuti, ho deciso di festeggiare i miei 65 anni con un torneo di burraco di beneficenza pro Unitalsi. La mia casa è piena di mobili e librerie e quindi non avrei potuto sistemare comodamente la decina di tavolini che mi servivano per l'occasione. Così ho pensato che, essendo i lavori nel basso ormai terminati, avrei potuto sistemare lì le mie amiche, cogliendo anche l'occasione per mostrare i locali, di cui tanto mi avevano sentito parlare in questi anni. Detto fatto, mia cugina mi ha prestato tavoli e sedie, la scrivania di Giulio ha fatto da tavolo per il buffet, e nella stanzetta accanto ho fatto sistemare il tavolino con le bibite.
Non disponendo di una cucina, tutto è stato fatto fare fuori, il bar di fronte ha provveduto alle fritturine miste e alle bevande, il fornaio vicino alle pizze (buonissime), il bar Cimmino alla pasticceria. Giulietto mio allo champagne.
Su ogni tavolino c'erano quattro penne da portafoglio, una per ciascuna giocatrice e molti premi per le vincitrici e le più fortunate (estratte a sorte), comprati con la consulenza delle mie cugine e della mia amica più cara. Collane e collanelle, plaid, libri... E' stata una bella festa, ho ricevuto tanti complimenti e tante telefonate di ringraziamento ma, a dirvela tutta, non è stata una grande idea, non potete immaginare come hanno ridotto il pavimento in cotto chiaro (industriale) le quaranta signore alle prese con il buffet e gli inutili tentativi di ripulirlo, però è stata una bella festa.
martedì 7 febbraio 2012
La conclusione dei lavori - Scempio a Palazzo Serra
A lavori finiti, abbiamo aperto il vano sulla strada e collocato lo scheletro del portone blindato…. Apriti cielo! Si è scatenato un putiferio da non credere, Il Mattino del 28/3/2011 titolava su cinque colonne "Denuncia Chiaia: Scempio a Palazzo Serra" raccontando come la Circoscrizione Chiaia avesse mandato i vigili a verificare se ci fossero state violazioni della normativa edilizia, i quali non potevano che constatare la perfetta regolarità dei lavori e dei permessi. Non potendo quindi contestare abusi edilizi, i rappresentanti della municipalità (che nulla avevano trovato da dire quando erano stati scoperti 800 falsi invalidi nella loro sezione, prevalentemente abitanti del Pallonetto) si chiedevano come mai la Soprintendenza - di solito così rigida nel far rispettare lo stato dei luoghi - avesse concesso quel permesso e si stracciavano le vesti per la bruttezza del portone, invitando la Procura della Repubblica di Napoli a verificare che non vi fossero fatti illeciti dietro quell'autorizzazione.
Nessuno si era accorto dell'esistenza di un vecchio numero civico, nè del fatto che era evidente che il portone blindato era solo provvisorio, perché c'erano scanalature che non avrebbero avuto senso se non fossero state funzionali al rivestimento con altro materiale.
Ma si sa, si approssimavano le elezioni e bisognava acquisire visibilità, non importa a scapito di chi. Il Mattino, giornale di Napoli che compriamo per leggere le necrologie, non solo non aveva verificato che esistesse uno scempio, ma si guardò dal pubblicare la richiesta di smentita immediatamente inviata. Non so se la Procura della Repubblica abbia o meno accolto l'invito, noi eravamo tranquilli e sicuri di non aver nulla da temere da nessuna indagine, ma per quieto vivere lasciammo cadere la cosa: il tempo avrebbe dimostrato quanto fallace fosse quel giudizio, tanto più quando l'inaugurazione della biblioteca avrebbe dimostrato come il locale sarebbe stato dato in comodato per una destinazione ad "uso pubblico" e non privato.
Nei mesi successivi c'è stata la lunga malattia di mio fratello, che non ha lasciato spazio ad altro e, quando lui ci ha lasciato, si è ammalato Giulio e tutto è stato rinviato alla prossima primavera, anche perché ci sono ancora problemi di umidità dello scantinato, da risolvere risolvere prima di metterci i libri da offrire alla libera consultazione dei concittadini interessati alla storia di Napoli e del Meridione.
Intanto sto facendo le foto dei luoghi, che metterò qui non appena sarò riuscita a ridurle alla dimensione richiesta...
Finisce così, per il momento, la storia del mio basso e del suo restauro
.
lunedì 6 febbraio 2012
Le situazioni evolvono
Forti del ritrovamento di quella guida, facemmo preparare un progetto di sistemazione che prevedeva il ripristino dell’originario stato dei luoghi, con eliminazione del grande barbacane esistente, eliminazione di tutte le pareti brookner esistenti, con l'apertura di una comunicazione tra il basso e il sottostante scantinato e, soprattutto, la sostituzione della finestra inclusa all'interno del portale di piperno, con un portone ed il ripristino del vecchio numero civico 16. Dopo una lunga attesa e numerosi incontri tra il nostro architetto e quelli della Soprintendenza ai monumenti, che poi ha seguito la realizzazione del progetto passo passo (erano al piano di sopra) finalmente ottenemmo gli agognati permessi, ma aspettavamo la riconsegna del basso per cominciare. Nelle more dell'avvio dei lavori, però, era maturata l’idea di una nuova destinazione del basso, non più casa del figlio piccolo, che nel frattempo aveva preso in affitto uno studio abbastanza grande da poterci anche vivere (ma di fatto è sempre qui a casa e non ha nessuna intenzione di mollare la sua stanza, di cui tanto vorrei impossessarmi) ma sede della biblioteca della associazione fondata da Giulio con altri amici
http://www.amicidegliarchivi.it/
attualmente ospite di una storica confraternita napoletana, che non aveva sufficienti spazi da mettere a disposizione per la sistemazione dei suoi moltissimi libri.
Via Monte di Dio n. 16
In attesa del rifacimento del solaio, cominciammo a pensare a come avremmo voluto poi sistemare l’appartamento e facemmo fare al nostro architetto un progetto da presentare per le necessarie autorizzazioni e a corredo della documentazione, fotografammo le due finestre che si affacciavano su Monte di Dio ed il portale di piperno che ne contornava una. Con nostra grande sorpresa, mentre facevamo le foto, ci accorgemmo che, alla sommità del portale, sulla facciata del palazzo c’era un residuo di numero civico in ferro battuto, di cui era rimasto solo un 1 smozzicato, inchiodato al muro e la traccia arrugginita del vecchio numero sei. Praticamente, il basso in passato aveva un ingresso sulla strada e Giulio mio marito, da buon archivista che tutto ricorda e tutto conserva, trovò tra i suoi libri una guida Stellacci del 1928, che censiva tutti gli appartamenti allora esistenti in città, che indicava il vecchio civico n. 16 di via Monte di Dio come l’ingresso di un basso.
Il nuovo solaio
Una volta chiamata l’impresa che stava facendo degli altri lavori nelle vicinanze, per valutare quanto ci volesse per rendere la casa abitabile, l’amara sorpresa… Tutto da rifare, impianti inesistenti o del tutto inutilizzabili, pavimento in finto parquet malamente incollato su piastrelle inizi ottocento, ormai irrecuperabile, finanche il solaio era da rifare. Sentito il proprietario dell’appartamento sovrastante, che era lo Stato Italiano, ci accordammo per far rifare il solaio a volta, da un’impresa scelta dal Ministero, seguendo quindi le normali procedure di appalto e mettendo a disposizione dell’impresa che li avrebbe eseguiti tutto l'appartamento nelle condizioni in cui era per poter eseguire i lavori da sotto, per tutto il tempo che sarebbe stato necessario. Da parte nostra, sistemato il solaio, avremmo potuto eliminare il muro che lo sosteneva (quasi mezzo metro di spessore) ottenendo un unico ampio locale. Fiduciosi che si potesse procedere in tempi ragionevoli alla sistemazione della casetta, cominciammo ad aspettare... Ci sono voluti anni, tra l'approvazione del progetto di rifacimento della volta, lo svolgimento della gara di appalto el'assegnazione dei lavori all'impresa e diversi mesi per l'esecuzione. Però, ragazzi, quando vedemmo cosa avevano realizzato, restammo a bocca aperta dalla meraviglia. Che spettacolo quella volta tonda in mattoni grezzi!
La trattativa e l'acquisto
Pregammo quindi il mediatore di attendere qualche giorno, perché aspettavamo che venisse fissata la data della stipula del contratto di vendita, in modo da essere sicuri di avere il danaro necessario al pagamento del basso, che doveva essere interamente versato prima della notifica al ministero per l’esercizio del suo diritto di prelazione, ma nel frattempo avevo incontrato quello che credevo un caro amico, che abitava nel palazzo che mi interessava e gli chiesi come fosse la situazione condominiale. Lui mi fece cento domande, poi mi disse che la situazione era terribilmente difficile, sconsigliandomi vivamente l’acquisto. La sera stessa telefonò il mediatore dicendo che dovevo dargli subito la sua commissione perché il “caro” amico aveva telefonato ai proprietari per acquistare lui il mio basso, quindi, pur non avendoli materialmente, feci un assegno all’agente, che si impegnava a non incassarlo subito, che a sua volta ne inviò copia ai proprietari, sostenendo che il basso era già stato venduto e lui aveva già incassato la sua provvigione e quindi non era possibile cambiare compratore. Insomma, era deciso, in pochi giorni compromesso per la vendita della terra e acquisto del basso, con il piccolo aiuto di un fratello che mi ha prestato quel che mi mancava per pagare l’intero prezzo, in attesa di ricevere il saldo delle rispettive quote. Fu così che la sartina e io ci ritrovammo dal notaio, insieme ad schiera altri compratori, perché si trattava della vendita di cespiti ereditari, con la quale si concludeva una causa di divisione lunga e turbolenta e i proprietari, che risiedevano nei posti più disparati, volevano che tutto avvenisse in un’unica giornata. Noi eravamo quelli che avevano acquistato la quota più importante e passammo per primi, fu così che mio figlio Luca (quello più abile nella gestione economica, che si era impegnato a venderlo qualora Andrea in qualunque momento della sua vita avesse avuto bisogno di aiuto) si trovò proprietario del basso, dove pensava di poter andare ad abitare nel giro di poco tempo.
domenica 5 febbraio 2012
Come fu che divenni proprietaria di un basso
Alla morte di mia madre, decidemmo di vendere la piccola azienda agricola che gestivo con lei, perché ciascuno dei fratelli potesse decidere come gestire la propria eredità. Se fosse stato per me l’avrei tenuta, ma desideravo salvaguardare l’armonia familiare, che sarebbe stata guastata se non avessi accettato di vendere anche io la mia quota, che del resto sarebbe stato costoso e complicato gestire da lontano. Fu così che mentre ancora si svolgevano le trattative con l’aspirante compratore, cominciai a guardarmi intorno, per vedere come investire la mia
parte. Una mattina, che ero andata a misurare una camicia dalla mia sartina e poi avrei dovuto andare a pranzo fuori con mio marito, non essendo ancora l’ora dell’appuntamento, per perdere un po’ di tempo cominciai a parlarle di un camicione che avrei voluto farmi fare, proponendole di andare a misurarlo ad una certa data.
La signorina, un donnino piccolo e tracagnotto, che avrà avuto una sessantina d'anni mal portati, con aria sussiegosa, mi rispose di non potere perché proprio quel giorno aveva un altro impegno. Era una cosa così insolita non trovarla in casa che mi venne spontaneo chiederle cosa dovesse fare e lei mi sussurrò che doveva andare dal notaio. Cosa andate a fare dal notaio, le chiesi io che di solito non sono impicciona, ma che ero incuriosita dal tono un po' misterioso della risposta e lei, sempre sussurrando, mi rispose che andava a stipulare il contratto per l'acquisto della casa dove abitava, un basso di due stanze in una traversa a pochi passi da casa mia. Le feci un sacco di complimenti, ero davvero contenta per lei, che in passato mi aveva raccontato quasi piangendo di aver avuto lo sfratto e di non sapere dove andare ad abitare. E siccome ancora non era ora di andare, le chiesi se volesse dirmi quanto avrebbe pagato. Quando lo seppi mi parve un prezzo bassissimo per la zona, così le domandai se ci fosse qualche altra cosa in vendita. Lei tentennò un poi e poi... "sì, ci fusse n'ata cosa ca se vende, ma nun s'adda sapé" e aggiunse "'a vulite vedé?"
Naturalmente volli vederla e così, uscite da casa sua e girato l'angolo, mi mostrò due finestre che affacciavano su Monte di Dio, dalle quali sbirciammo. L'appartamento era assai più caro del basso della sartina, che mi spiegò che bisognava anche acquistare l'annesso enorme scantinato, condizione irrinunciabile della vendita, soggetta oltretutto a prelazione del Ministero dei Beni Culturali, perché il basso faceva parte dello storico palazzo Serra di Cassano.
L'appartamento era piccolo, ma a pochi passi da casa mia e quindi avrebbe potuto essere la prima casetta di uno dei miei figli. Così le dissi che ero interessata e le chiesi chi si occupava della cosa e lei mi diede un numero di telefono facendomi giurare che non avrei mai detto che me l'aveva dato lei...
Anche a mio marito, sopraggiunto nel frattempo, piacque quel che vedemmo e così iniziammo a cercare di contattare l'agenzia incaricata della vendita.
Facemmo fare a mio figlio una decina di telefonate, il tipo non c'era mai, né richiamava, così persi la pazienza e decisi di occuparmi personalmente della questione e, naturalmente, nel giro di cinque minuti fui richiamata. L'agente immobiliare - che non avrebbe voluto avere rogne con gli aspiranti acquirenti, perché anche lui condomino di quel palazzo - cercò in tutti i modi di scoraggiarmi, fin quando capì chi fossi e allora divenne disponibilissimo e accompagnò mio figlio e mio marito a visitarlo. I due tornarono incantati non tanto dalla casa, quanto dallo scantinato, grandissimo, molto umido, ma che era stata la cava dalla quale avevano ricavato il tufo per la costruzione del palazzo, era già tutto pavimentato e c'erano due profondi pozzi che portavano non si sa dove. Insomma erano affascinati e quanto mai decisi a cercare di prenderlo.
parte. Una mattina, che ero andata a misurare una camicia dalla mia sartina e poi avrei dovuto andare a pranzo fuori con mio marito, non essendo ancora l’ora dell’appuntamento, per perdere un po’ di tempo cominciai a parlarle di un camicione che avrei voluto farmi fare, proponendole di andare a misurarlo ad una certa data.
La signorina, un donnino piccolo e tracagnotto, che avrà avuto una sessantina d'anni mal portati, con aria sussiegosa, mi rispose di non potere perché proprio quel giorno aveva un altro impegno. Era una cosa così insolita non trovarla in casa che mi venne spontaneo chiederle cosa dovesse fare e lei mi sussurrò che doveva andare dal notaio. Cosa andate a fare dal notaio, le chiesi io che di solito non sono impicciona, ma che ero incuriosita dal tono un po' misterioso della risposta e lei, sempre sussurrando, mi rispose che andava a stipulare il contratto per l'acquisto della casa dove abitava, un basso di due stanze in una traversa a pochi passi da casa mia. Le feci un sacco di complimenti, ero davvero contenta per lei, che in passato mi aveva raccontato quasi piangendo di aver avuto lo sfratto e di non sapere dove andare ad abitare. E siccome ancora non era ora di andare, le chiesi se volesse dirmi quanto avrebbe pagato. Quando lo seppi mi parve un prezzo bassissimo per la zona, così le domandai se ci fosse qualche altra cosa in vendita. Lei tentennò un poi e poi... "sì, ci fusse n'ata cosa ca se vende, ma nun s'adda sapé" e aggiunse "'a vulite vedé?"
Naturalmente volli vederla e così, uscite da casa sua e girato l'angolo, mi mostrò due finestre che affacciavano su Monte di Dio, dalle quali sbirciammo. L'appartamento era assai più caro del basso della sartina, che mi spiegò che bisognava anche acquistare l'annesso enorme scantinato, condizione irrinunciabile della vendita, soggetta oltretutto a prelazione del Ministero dei Beni Culturali, perché il basso faceva parte dello storico palazzo Serra di Cassano.
L'appartamento era piccolo, ma a pochi passi da casa mia e quindi avrebbe potuto essere la prima casetta di uno dei miei figli. Così le dissi che ero interessata e le chiesi chi si occupava della cosa e lei mi diede un numero di telefono facendomi giurare che non avrei mai detto che me l'aveva dato lei...
Anche a mio marito, sopraggiunto nel frattempo, piacque quel che vedemmo e così iniziammo a cercare di contattare l'agenzia incaricata della vendita.
Facemmo fare a mio figlio una decina di telefonate, il tipo non c'era mai, né richiamava, così persi la pazienza e decisi di occuparmi personalmente della questione e, naturalmente, nel giro di cinque minuti fui richiamata. L'agente immobiliare - che non avrebbe voluto avere rogne con gli aspiranti acquirenti, perché anche lui condomino di quel palazzo - cercò in tutti i modi di scoraggiarmi, fin quando capì chi fossi e allora divenne disponibilissimo e accompagnò mio figlio e mio marito a visitarlo. I due tornarono incantati non tanto dalla casa, quanto dallo scantinato, grandissimo, molto umido, ma che era stata la cava dalla quale avevano ricavato il tufo per la costruzione del palazzo, era già tutto pavimentato e c'erano due profondi pozzi che portavano non si sa dove. Insomma erano affascinati e quanto mai decisi a cercare di prenderlo.
martedì 24 agosto 2010
La prima estate a Capri

Questa è una delle prime foto scattate a Capri, nell'estate del 1962. Sono seduta su un pilastrino, in via Mulo, sulla strada che porta a mare. Ricordo ancora il foulard tourquoise che portavo al collo, sorridevo perchè per me Capri era diventata una sorta di paradiso in terra. Bagni stupendi, tantissimi nuovi amici, conosciuti sulla spiaggia o nelle lunghe serate in piazzetta, in attesa di decidere come passare la serata. All'epoca nessuno di noi ragazzi disponeva di molti soldi, nel nostro gruppo c'erano villeggianti e ragazzi capresi, con i quali organizzavamo passeggiate al chiaro di luna e qualche volta anche qualche festicciola a casa dell'uno o dell'altro. Nel gruppo c'era un ragazzo romano particolarmente bello, oggetto delle speranze e delle illusioni di tante di noi, ma lui non ci vedeva neppure... Quando andavamo alla terrazza del pittore o al piano delle noci e facevamo andare il mangiadischi a tutto volume, ogni tanto ci onorava di un invito a ballare, ninuti di intensa felicità e grande batticuore, che terminavano fin troppo presto, quando finiva il disco che stava suonando. Mio fratello, invece, pur non conoscendo nessuna lingua, corteggiava le straniere e spesso rimorchiava. Io facevo un po' da interprete, mi arrangiavo bene in francese e masticavo un po' di inglese e quindi spesso veniva con noi anche qualche sua amichetta, con la quale avrei poi intrattenuto fitte corrispondenze invernali.
Quando i miei genitori erano stufi di tanto mare, ci costringevano a tornare prima per andare alla scoperta dell'isola:che scarpinate per andare a villa jovis o per scendere da monte solaro a piedi, costeggiando selve e orti e saccheggiando i cespugli di more... La mia meta preferita era Villa San Michele, la residenza di un medico svedese, appassionato collezionista di pezzi di epoca romana, che aveva costruito la casa sul pelo di uno strapiombo, con una vista mozzafiato. Cominciavamo la passeggiata bofonchiando contro i genitori che ce le imponevano senza ammettere defezioni o discussioni e finivamo sempre più innamorati del posto.
I capresi erano straordinariamente ospitali, dei veri maestri nell'arte dell'accoglienza. Qualche tempo fa sono entrata in un ristorantino che non conoscevo e il cameriere mi ha salutato chiamandomi per nome. Potete immaginare la mia meraviglia ed il mio imbarazzo perché non riuscivo a ricordare chi fosse. Ad un certo punto, capito che non riuscivo a collocarlo, mi dice di aver fatto il bagnino a Torre Saracena e mi ricorda di quando mio padre passava ore a spazzolare lo scoglio sul quale passava quasi l'intera giornata di mare. Ci siamo abbracciati come se fossimo stati parenti ed è stato bellissimo. Ora Capri è molto cambiata, sui gradini della piazzetta ci sono delle fioriere, per impedire ai ragazzi di occuparle quasi militarmente, come facevamo noi.
domenica 22 agosto 2010
... a Capri

Finite le scuole, dopo aver passato quasi un mese a Ripalta, giunse il momento di partire per il mare... Decisi a non accettare la nuova meta delle vacanze, cercammo in tutti i modi di fare ostruzionismo, ma mia madre era decisa a non darcela vinta, quindi, fatte le valigie, armi e bagagli, venimmo trascinati a Capri. Ormai era estate piena, c'era uno splendido sole e la traversata fu in realtà una piacevole novità, altro che i tornanti per arrivare a Positano, che richiedevano continue soste, a causa del mal d'auto ora dell'uno ora dell'altro di noi.
Lasciate a casa le valigie, dalle quali avevamo tolto solo i costumi da bagno, fatti i panini per la colazione e comprata un po' di frutta, ci portarono a mare, a Torre Saracena. Una spiaggia piccola, tutta di ciottoloni, costeggiata da rocce non molto alte, su cui troneggiava la Torre.
Ci si arrivava percorrendo una lunga scalinata (150 gradini), facilissima da scendere, ma ahimé assai più faticosa da risalire. Al centro della minuscola baia, c'era uno scoglio quasi piatto, affiorante, abbastanza grande per starci di due o tre persone, di cui mio padre in breve si impossessò, trasferendo lì la sua attività di insegnante di tuffi.
Dopo qualche giorno, acquistò una spazzola con le punte di ferro e passava ore a "grattare" lo scoglio, per togliere tutta la vegetazione, in modo da farne una base sicura, dalla quale tuffarsi senza paura di scivolare.
Anche noi, ormai esperti in quell'arte, dopo qualche giorno, cominciammo a cimentarci nei tuffi più arditi da quelle rocce a picco sulla spiaggia, raccogliendo applausi e fotografie di turisti incantati dalle nostre acrobazie. Il fondale, poi, era di un verde incredibile, in qualche punto più chiaro o più scuro a seconda della vegetazione sottostante e c'era una ricca fauna, pronta a diventare nostra preda.
Pescavamo pesciolini da zuppa ma soprattutto polpi. Mio fratello più piccolo in breve divenne il "pescatore" ufficiale. Avvistava le tane e le teneva d'occhio, poi, quando qualcuno gli ordinava il polpo, in genere di sabato, li pescava e li vendeva.
Torre Saracena e la pesca gli fruttavano un bel gruzzoletto, che, oculato nelle spese com'era, gli durava quasi tutto l'inverno.
In breve Positano venne dimenticata, tanto più che ormai non si faceva più la festa di ferragosto, nè veniva montato lo zatterone.
Un po' alla volta imparammo a conoscere e ad amare Capri: se volevi stare in compagnia, bastava andare nella piazzetta, sedersi sulle scale e aspettare l'arrivo degli amici, osservando il via vai di turisti e di villeggianti, ma bastavano cinque minuti per allontanarsi dalla folla e stare soli.
sabato 21 agosto 2010
Da Positano ...

L’estate a Positano era come una festa ininterrotta, a mare dalla mattina alla sera, mio padre teneva una sorta di scuola tuffi amatoriale sullo zatterone, un grosso tavolato ancorato un po’ al largo, dove si piazzava dalla mattina, insegnando ai ragazzini a tuffarsi di testa. Sullo zatterone si potevano anche pescare minuscoli pesciolini rosa, che avrei poi scoperto essere pezzogne, si inventavano tanti giochi da fare con materassini e canotti, nascevano le prime curiosità ed i primi amori
Passavamo estati pigre e assolate, vivendo scalzi da giugno a settembre, ma nella primavera del 1962, dopo vari dissapori familiari legati alla eredità di una sorella di mio nonno, di cui pareva essersi impossessato, spalleggiato dai suoi fratelli, un mio zio, mia madre decise che non saremmo più andati in vacanza lì, ma saremmo andati in vacanza altrove. In una fredda giornata di marzo, quindi, partimmo tutti e cinque alla volta di Capri, che mamma ci costrinse a perlustrare in lungo e in largo, alla ricerca di una casa adatta alle nostre esigenze ed al nostro portafoglio.
Verso la fine della mattinata, quando ormai esausti noi del lungo camminare, lei delle nostre recriminazioni, finalmente la trovammo e mamma, incurante delle perplessità di mio padre e dei nostri pianti disperati, la prese.
Era una casa al pianterreno, circondata da un piccolo giardino con un albero di fichi, la proprietaria, che si chiamava Marietta, ci mostrò orgogliosa il grande finestrone che affacciava sul porto di Marina Grande, dove arrivavano i traghetti da Napoli e le barche dei ricchi e precisò che, nel prezzo dell'affitto, erano comprese un paio di ore quotidiane di aiuto domestico.
Via Lopalazzo, si chiamava la strada e correva parallela al Corso Roma, per poi immettersi su via mulo.
venerdì 18 giugno 2010
Pensieri in libertà
Al ritorno dal viaggio in Puglia, ho trovato sulla scrivania del mio computer la scatolina della fotografia. Improvvisamente l'ho vista tra le mani di mia madre, mentre in chiesa tirava fuori il rosario e lo sgranava ascoltando la messa. Ho rivisto le due mani giunte che erano seminascoste in un angolo della chiesa, simbolo di non so cosa, le panche instabili sulle quali sedevano i tanti ragazzini della minuscola borgata, sorvegliati dalle loro mamme che sedevano sulle sedie di paglia.
Dirette da una monaca venuta dal paese vicino, le donne rispondevamo al prete biascicando in un improbabile latino, quando ancora la messa si diceva in quella lingua.La chiesa di Ripalta, costruzione iniziata intorno al 1200 e mai finita, era un vecchio monastero dei frati celestini, pomposamente chiamato il Castello, in cui abbiamo vissuto per anni. Il Castello guardava da un lato la campagna, dall'altro la vicina foce del fiume Fortore, che si snodava pigro in lente anse verso il mare, che si intravedeva all'orizzonte.
In quella chiesa mi sono sposata, in un tripudio di oro, teli rosa e celesti paesanissimi, residuo degli adobbi con i quali la settimana prima era stata festeggiata Santa Maria di Ripalta. Il sabato precedente, infatti, era caduta la festa della patrona e la statua lignea della madonna, portata in processione per le quattro viuzze sterrate del paese, con gran strepito di mortaretti, oscillava paurosamente insieme a quelle di San Ciro e Santa Rita che la accompagnavano durante l'accidentato tragitto dalla chiesa alla Cerra, gruppo di case minuscole, in cui ancora viveva qualche vecchia vedova e qualche famiglia.
E rivivendo quei giorni, rivedo la folla di amici e parenti venuti da Napoli a vedere la casa che avevamo appena finito di restaurare e che si inaugurava proprio con il mio matrimonio.
Ma tornando alla scatolina con la piccola, antica corona, trovarla lì proprio al rientro da Ripalta, viaggio che facevo con lei ogni paio di settimane e che negli ultimi anni per me era diventato una specie di tormento, per il suo continuo rinvangare ricordi dolorosi, veri o immaginati, del suo passato, è stata una coincidenza che mi ha colpito ed emozionato: al ritorno mi ha accompagnato mio fratello, che ha continuato a ricordare questo e quello, parlando di lei, di nostro padre, di noi bambini a Positano e a Capri. Trovare sul computer la sua scatolina, che non sapevo più dove fosse, è stato un po' come trovarla a casa ad aspettarci.
giovedì 24 settembre 2009
Le api di Licia

Caspita, ma che ore sono? Le sei del mattino? E perché mio padre dal giardino ci chiama tutti a gran voce? E’ successo qualcosa? Con il cuore in gola, mi infilo un pantalone e una maglietta e mi fiondo sull’aia, dove tutto pare tranquillo, a parte mio padre che con il naso in su, saltella intorno ad un grappolo nero che pare appartenere all’albero di prugne, urlando uno dopo l’altro i nostri nomi, come se si trattasse di una questione della massima urgenza … L’aia è molto grande e raggiungerlo richiede qualche istante, ma quando sono lì resto estasiata … è uno sciame d’api che si è posato su un ramo, facendo per cos’ dire quadrato a protezione della regina … Sono quasi tutte lì, tranne qualche ape esploratrice, che va e viene, alternandosi con le compagne.
Mio padre, che in gioventù si era occupato di api insieme a Rocco, aveva ancora tutta l’attrezzatura, tuta, maschere, affumicatore e, soprattutto, arnie, tante, da tempo in disuso a causa della tignola che a suo tempo aveva distrutto le comunità e, non volendo perdere di vista lo sciame, ci chiamava perché portassimo lì tutte le cose per catturarlo.
Rocco era un suo collaboratore analfabeta, di straordinaria intelligenza, che si portò perfino in viaggio di nozze, ufficialmente per farsi aiutare con le valige, in realtà fargli vedere un pezzetto di Italia, visto che non si era mai mosso dal suo podere.
Babbo ed io ci guardavamo e in un attimo ci capimmo, io rimasi di guardia allo sciame e lui cercò tra le casette da tempo abbandonate in un angolo dell’aia quella che avesse un aspetto migliore. La portò sotto l’albero ed insieme ne strofinammo accuratamente il fondo e le pareti con delle foglie di menta, in modo che acquistassero un odore invitante e, quando arrivò anche mio fratello, lo mandammo a prendere tute e maschere, che indossammo velocemente. Mio padre ci disse che se gli insetti ci fossero venuti addosso avremmo dovuto restare immobili perché difficilmente ci avrebbero punti, dato che le api, che hanno un pungiglione fatto ad uncino, che resta incastrato nella parte punta, dopo aver punto muoiono. Quindi pungono solo quando il movimento fa intravedere un pericolo incombente sull'alveare.
Quando fummo tutti pronti, mio padre scosse energicamente il ramo e il grappolo di api cadde nella cassetta, che ci affrettammo a ricoprire con il suo tettuccio. Moltissime api però erano volate via e potete immaginare il ronzio che si scatenò in quel momento, la paura nel vedermi circondata da tanti insetti… ma fedele alle istruzioni ricevute (e grazie soprattutto al fatto di aver ricevuto ottime tuta e maschera), non ebbi neppure una puntura, mentre mio fratello, che non era stato altrettanto fortunato e nella cui maschera erano entrate delle api - forse a causa di qualche buco o forse perché non l'aveva indossata in modo corretto - era terrorizzato e si spogliò in tutta fretta nonostante fosse al centro dello sciame, per cui si beccò un sacco di punture ed espose al rischio di essere punti anche gli altri, visto che fuggendo aveva trascinato con sé verso casa un folto gruppo di api inferocite. Il giorno dopo era gonfio come un pallone e gli venne proibito di avvicinarsi mai più ad un alveare.
Così lui dimenticò l'esistenza di quello sciame e io, invece, mi appassionai, tanto da dedicarmi al loro allevamento fino a quando non ho aspettato il primo figlio e non potevo più sollevare grandi pesi.
sabato 23 maggio 2009
Storia di un quadro
Non si vede benissimo, rappresenta un girotondo di bambini su un prato. E' un quadro che mi è particolarmente caro, perché ha una storia un po' insolita. Era un quadro che stava nel salotto del fratello di mia suocera, un vecchio signore rinsecchito, rimasto vedovo durante la guerra della giovane moglie incinta morta tra le macerie della loro casa colpita da una bomba. Non si era mai risposato e si era dedicato alla politica ed all'economia, rivestendo ruoli importanti politici ed occupando prestigiose (e remunerative) poltrone. Di quella carriera, Zio Guido aveva conservato un certo orgoglio ed una certa severità e mia suocera, una deliziosa donnina minuta, sempre sorridente, pendeva dalle sue labbra, come aveva fatto per tutta la vita. Unici superstiti della loro famiglia, si incontravano ogni paio di mesi, quando mia suocera riusciva a convincere qualcuno dei figli ad accompagnarla nella visita. Quando toccava a noi, pur non nutrendo particolare simpatia per quell'uomo, siccome lavoravo a pochi passi da casa sua, andavo anche io e in salotto, mentre i due vecchietti parlavano di personaggi della loro vita o di nipoti vari, io mi incantavo a guardare quel piccolo quadro, che pareva così fuori posto in quella casa austera, che odorava di brodo vegetale e, quindi, di vecchiaia.
Quando il povero zio Guido morì, pur tra le lacrime, mia suocera si unì agli altri parenti speranzosi per la lettura del testamento... sorpresa! Il povero zio Guido, che in vita aveva promesso a questo e a quello dei nipoti di ricordarsi di lui o di lei, aveva lasciato tutto il suo patrimonio al parroco di una vicina chiesa e alla Basilica di Pompei, lasciando ai nipoti l'onere di svuotare la casa dei libri lasciati a quattro o cinque nipoti (tra cui Giulio) insieme a trecentomila lire a testa, stabilendo che tutto il resto venisse venduto all'asta a beneficio di un istituto di ciechi.
Qualche giorno prima della data fissata per la vendita andammo a casa sua a vedere le cose esposte, faceva rabbia e malinconia veder esposti ricordi di famiglia, che avrebbero potuto andare a qualcuno dei nipoti, che certamente li avrebbero apprezzati e ben custoditi, ma decidemmo di non adare neppure ad assistere a quella vendita, per non vedere lo scempio che sarebbe stato fatto di quei ricordi.
Avevmo confidato all'esecutore testamentario il nostro desiderio di acquistare un paio di quadri, ma pur comprendendo le ragioni di mia suocera e quelle di Giulio, non poteva derogare dalle istruzioni impartite dal testatore.
Si può immaginare la nostra sorpresa quando il giorno dopo l'asta ci telefonò per comunicarci che i due quadri che volevamo, uno dei quali battuto per ottocentomila lire, non erano poi stati assegnati perché chi se li era aggiudicati, dovendo pagare in contanti e non avendone a sufficienza, aveva optato per altri oggetti e che, se lo avessimo voluto, avremmo potuto comprarli al prezzo base di trecento cinquanta mila lire. Era una bella somma, però in fondo c'era solo da aggiungere qualche soldo al piccolo legato in denaro lasciato a Giulio insieme ai libri e fu così che le bambine sono arrivate nella mia camera da letto e da allora mi fanno compagnia...
venerdì 8 maggio 2009
Come fu che ad un certo punto....

Lo vedete questo bel bambino biondo? E' Mariolino, il primo figlio del mio fratello maggiore, con il quale siamo stati per tutta la vita come culo e camicia, se mi perdonate la volgarità dell'espressione.
Avevo sempre pensato di non volere figli e, quindi, di non avere alcuna intenzione di sposarmi. Il matrimonio mi appariva allora quasi come una condanna a morte e a mia madre, che tentava invano di farmi ragionare, dicevo che non mi sarei di certo sposata, quanto meno non prima dei quarant'anni perché non volevo legami, volevo decidere liberamente della mia vita. Eh, sì, immaginavo la mia vita fatta di lavoro, viaggi, amori senza impegno, insomma in poche parole intendevo vivere a modo mio, almeno gli anni della giovinezza.
Poi un bel giorno si annunciò, del tutto inaspettato, l'arrivo di un bebé. Mio padre era seccatissimo, nella sua famiglia i bebè erano nati sempre solo DOPO nove mesi dal matrimonio, vi lascio immaginare quindi le storie e gli orribili suggerimenti per evitare lo scandalo. Mia madre, invece, donna di straordinaria intelligenza e modernità, disse che lei se ne fregava delle chiacchiere degli altri, il nipote c'era e lei se lo teneva. E si mise immediatamente all'opera per organizzare il matrimonio e accogliere l'erede. Fu una gravidanza senza problemi, alla fine Mariolino pareva sempre voler nascere, ma non si decideva mai, tanto che ad un certo punto i medici per evitare guai, decisero per il cesareo, con nostro grande sollievo. Io all'epoca lavoravo a Roma, dove vivevo da sola e, quindi, non appena Mariolino nacque immediatamente andai a Ripalta a vederlo. Era un bambino minuto con dita e unghie lunghissime, nato con la camicia, rivestito cioè di una sorta di pelle che poi nei giorni successivi alla nascita è caduta. I quattro peli che aveva in testa erano biondissimi e i suoi occhi diventavano di giorno in giorno di un azzurro più intenso. Andavo in giro per Roma con la testa infilata nelle vetrine dei giocattoli, nessuno mi pareva troppo bello o troppo costoso per lui, che cresceva bello come il sole e riempiva di orgoglio genitori e nonni. Intelligentissimo, apprezzava tutti gli stimoli che gli offrivamo e, soprattutto, adorava il nonno che seguiva come un cagnolino. Per parte mia, il fine settimana correvo a trovarlo, portandogli sempre qualcosa, e quando il pomeriggio mi stendevo sul letto, lui si veniva ad accoccolare vicino e dormivamo abbracciati.
Il suo profumo di borotalco, il tepore di quel corpo, la vocina squillante, le risate che scoppiavano improvvise e irresistibili, mi hanno pian piano conquistato ed mi hanno fatto capire che il rifiuto di avere figli era solo un capriccio della bambina la cui prima risposta era un sonoro NO. La natura faceva sentire la sua voce e mi spingeva a riconsiderare tutte le mie scelte di vita. Nel frattempo, chiusa l'esperienza romana, tornata a Napoli ritrovai tanti vecchi amici e tra un teatro, una conferenza, un cinema, una cena improvvisata, incontrai il mio principe ed in quattro e quattr'otto ci siamo sposati ed abbiamo immediatamente avviato la nostra famiglia....
domenica 12 aprile 2009
Matilde Serao racconta Palazzo Donn'Anna

da "Leggende Napoletane" di Matilde Serao 1856-1927
Il bigio palazzo si erge nel mare. Non è diroccato, ma non fu mai finito; non cade, non cadrà, poiché la forte brezza marina solidifica ed imbruna le muraglie, poiché l'onda del mare non è perfida come quella dei laghi e dei fiumi, assalta ma non corrode. Le finestre alte, larghe, senza vetri, rassomigliano ad occhi senza pensiero; nei portoni dove sono scomparsi gli scalini della soglia, entra scherzando e ridendo il flutto azzurro, incrosta sulla pietra le sue conchiglie. mette l'arena nei cortili, lasciandovi la verde e lucida piantagione delle sue alghe. Di notte, il palazzo diventa nero, intensamente nero; sì serena il cielo sul suo capo, rifulgono le alte e bellissime stelle, fosforeggia il mare di Posilipo, dalle ville perdute nei boschetti, escono canti malinconici d'amore e le monotone note del mandolino: il palazzo rimane cupo e sotto le sue volte fragoreggia l'onda marina. Ogni tanto, par di vedere un lumicino passare lentamente nelle sue sale e fantastiche ombre disegnarsi nel vano delle finestre; ma non fanno paura. Forse sono ladri volgari che hanno trovato là un buon covo, ma la nostra splendida povertà non teme di loro; forse sono mendicanti che trovarono un tetto, ma noi ricchi di cuore e di cervello, ci abbassiamo dalla nostra altezza per compatirlo. E forse sono fantasmi e noi sorridiamo e desideriamo che ciò sia; noi li amiamo i fantasmi, noi viviamo con essi, noi sogniamo per essi noi moriremo per essi, col desiderio di vagolare anche noi sul mare, per le colline, sulle roccie, nelle chiese tetre ed umide, nei cimiteri fioriti, nelle fresche sale, dove il medioevo ha vissuto.
Fu una sera, e splendevano di luce vivida quelle finestre; attorno attorno il palazzo, sul mare si cullavano barchette di piacere, adorne di velluti che si bagnavano nell'acqua, vagamente illuminate da lampioncini colorati, coronate di fiori alla poppa; i barcaiuoli si pavoneggiavano nelle ricche livree. Tutta la nobiltà napoletana, tutta la nobiltà spagnuola, accorreva ad una delle magnifiche feste che l'altiera Donna Anna Carafa, moglie del duce di Medina Coeli, dava nel suo palazzo di Posilipo. Nelle sale andavano e venivano i servi, i paggi dai colori rosa e grigio, i maggiordomi dalla collana d'oro, dalle bacchette d'ebano: giungevano continuamente le bellissime signore, dagli strascichi di broccato, dai grandi collari di merletto, donde sorgeva come pistillo di fiore la testa graziosa, dai monili di perle, dai brillanti che cadevano sui busti affiliati e seducenti; giungevano accompagnate dai mariti, dai fratelli e qualcheduna, più ardita, solamente dall'amante. Nella grande sala, sulla soglia, nel suo ricchissimo abito rosso, tessuto a lama d'argento, con un lieve sorriso sulla bocca, il cui grosso labbro inferiore s'avanzava quasi in atto di spregio, inchinando appena il fiero capo alle donne, dando la mano da baciare ai cavalieri Grandi di Spagna di prima classe come lei, stava Donna Anna di Medina Coeli. L'occhio grigio, dal lampo d'acciaio, simile a quello dell'aquila, rivelava l'interna soddisfazione di quell'anima fatta d'orgoglio: ella godeva, godeva senza fine nel veder venire a lei tutti gli omaggi, tutti gli ossequi, tutte le adulazioni. Era lei la più nobile, la più potente, la più ricca, la più rispettata, la più temuta, lei duchessa, lei signora, lei regina di forza e di grazia. Oh poteva salire gloriosa i due scalini, che facevano del suo seggiolone quasi un trono; poteva levare la testa al caldo alito dell'ambizione appagata che le soffiava in volto. Le dame sedevano intorno a lei, facendole corona, minori tutte di lei: ella era sola, maggiore, unica.
In fondo al grande salone era rizzato un teatrino, destinato per lo spettacolo. Tutta quella eletta schiera d'invitati, doveva dapprima assistere alla rappresentazione di una commedia ed a quella di una danza moresca; poi nelle sale si sarebbero intrecciate le danze sino all'alba. Ma la grande curiosità della rappresentazione era che gli attori per una moda venuta allora di Francia, appartenessero alla nobiltà. Donn'Anna Carafa di Medina disprezzava i facili costumi francesi che corrompevano la rigida corte spagnuola, ma scrutatrice dei cuori e apprezzatrice del favore popolare com'era, s'accorgeva che quelle molli usanze piacevano ed erano adottate con trasporto. Solo per questo ella aveva consentito che Donna Mercede de las Torres, sua nipote di Spagna, sostenesse una parte nella rappresentazione. Donna Mercede, giovane, bruna, dai grandi occhi lionati. dai neri capelli, le cui treccie le formavano un elmo sul capo, era una spagnuola vera. Ella rappresentava nella commedia la parte di schiava innamorata del suo padrone, una schiava che lo segue dappertutto, e lo serve fedelmente sino a fargli da mezzana d'amore, sino a morire per lui d'un colpo di pugnale, destinato al cavaliere da un padre crudele. Ella recitava con un trasporto, con un tal impeto, che tutta la sala si commuoveva, allo sventurato e non corrisposto amore della schiava Mirza: tutti si commuovevano salvo Gaetano di Casapesenna che recitava la parte del cavaliere, ed egli, freddo, indifferente, inconscio, non faceva che rimaner fedele al carattere che rappresentava. Solo, alla fine della commedia, quando la sventurata Mirza ferita a morte, s'accommiata con parole d'affetto da colui che fu la sua vita e la sua morte, allora, egli, cui appare finalmente la verità qual luce diffusa meridiana, preso dall'amore, s'abbandona in ginocchio dinanzi al corpo della poveretta morente e copre di baci quel volto pallido d'agonia. Invero, egli fu così focoso ditale slancio, così patetica ed improntata di dolore la sua voce, così disordinato ogni suo gesto, che veramente parve superiore ad ogni vero attore, e parve che la verità animasse il suo spirito, sino al punto che la sala intiera scoppiò in applausi.
Sola, sul suo trono, tra le sue gemme, sotto la sua corona ducale, Donn'Anna impallidiva mortalmente e si mordeva le labbra. Non era lei la più amata.
Le due donne s'incontravano nelle sale del palazzo Medina; si guardavano, Donna Mercede fremente di gelosia, l'occhio nero covante fuoco, smorta, rodendo un freno che la sua libera anima abborriva; Donna Anna, pallida di odio, muta nella sua collera; si guardavano, impassibile e fredda Donn'Anna; agitata e febbrile Donna Mercede. Scambiavano rade ed altere parole. Ma se la gelosia scoppiava irresistibile, l'ingiuria correva sul loro labbro:
Le donne di Spagna sono esse le prime, ad abbandonarsi all'amante - diceva Donn'Anna, con la sua voce dura e grave.
Le donne di Napoli si gloriano del numero degli amanti - rispondeva vivamente Donna Mercede.
Voi siete l'amante di Gaetano Casapesenna, Donna Mercede.
Voi lo foste, Donn'Anna.
Voi obbliaste ogni ritegno, ogni pudore, dandoci il vostro amore a spettacolo, Donna Mercede.
Voi tradiste il duca di Medina-Coeli, mio nobile zio, Donn'Anna Carafa.
Voi amate ancora Gaetano Casapesenna.
Voi anche lo amate ed egli non vi ama, Donn'Anna.
Vinceva la bollente spagnuola e Donn'Anna si consumava dalla rabbia. Ma egualmente l'odio glaciale della duchessa, contro cui si infrangeva ogni slancio di Donna Mercede, tormentava la spagnuola. Esse avevano nel cuore un orribile segreto; esse portavano nelle viscere il feroce serpente della gelosia, esse morivano ogni giorno di amore e di odio. Donn' Anna celava il suo spasimo, ma Donna Mercede lo rivelava nelle convulsioni del suo spirito e del suo corpo. La duchessa agonizzava, sorridendo; Donna Mercede agonizzava, piangendo e strappandosi i neri capelli. Fino a che ella scomparve d'un tratto dal palazzo Medina-Coeli e fu detto che presa da improvvisa vocazione religiosa, avesse desiderato la pace del convento e fu narrato del misticismo ond'era stata presa quell'anima, e delle lunghe eterne giornate, passate in ginocchio dinanzi al Sacramento, e del fervore della preghiera e delle lagrime ardenti: ma non fu detto né il convento, né il paese, né il regno, dove era il convento. Invano Gaetano di Casapesenna cercò Donna Mercede in Italia, in Francia, in Ispagna ed in Ungheria, invano si votò alla Madonna di Loreto, a San Giacomo di Compostella, invano pianse, pregò, supplicò. Mai più rivide la sua bella amante. Egli morì giovane, in battaglia, quale a cavaliere sventurato si conviene.
Altre feste seguirono nel palazzo Medina, altri omaggi salutarono la ricca e potente duchessa Donn'Anna; ma ella sedeva sul suo trono, con l'anima amareggiata di fiele, col cuore arido e solitario.
Quei fantasmi sono quelli degli amanti? O divini, divini fantasmi! Perché non possiamo anche noi, come voi, spasimare d'amore, anche dopo la morte?
mercoledì 4 marzo 2009
Una pesca quasi... miracolosa

Ragazzini, vivevamo tutto il giorno in costume da bagno, sulla spiaggia di Positano.
Era una spiaggia lunga, un po' meno di oggi, in parte di ciottoli, che sul bagnasciuga erano più simili a sassolini, in parte di una sabbia scura, quasi nera.
Passavamo buona parte della giornata nell'acqua, sdraiati sul materassino di tela, dal quale pescavamo piccoli pesciolini, che davamo ad un napoletano anzianotto, trapiantato a Milano, che d'estate tornava a casa per le vacanze e che in cambio ci dava i soldi per un gelato. Lo avevamo conosciuto perché sulla spiaggia ci pregava di raccogliere per lui i gusci di cozze piccole che trovavamo, con i quali credo facesse dei quadri che però non ho mai visto.
L'ultima estate che siamo andati in vacanza lì, i nostri vicini di ombrellone erano una coppia di sposini austriaci in viaggio di nozze, che di solito prendevano i loro materassini e si allontanavano dalla spiaggia grande per raggiungere una delle tante spiaggette vicine. Il marito, abbastanza più grande di lei, parlava italiano, l'italiano dei tedeschi, con lei invece scambiavamo grandi sorrisi e talvolta qualche parola in inglese. Un pomeriggio vedemmo che lui metteva la maschera, si tuffava, nuotava per un po', poi tornava a riva e scuoteva la testa, mentre lei scoppiava in un pianto disperato. Turbati, non sapevamo cosa fosse successo e se potessimo intrometterci, poi però, pensammo che, da quel che avevamo visto, dovevano aver perso qualcosa, così era: Traude durante una di quelle passeggiate in materassino aveva perso un braccialetto d'oro, che era stato il primo regalo del marito.
Potevano due provetti pescatori come noi restare indifferenti a cotanto dramma? Certo che no, quindi, in quattro e quattr'otto, ci rimettemo i costumi e ci tuffammo, pregandoli di aspettare cinque minuti, che avremmo cercato di trovarlo facendo la stessa strada che al mattino avevamo visto fare a loro. Il percorso era disseminato di scogli e di lunghe alghe verdi, tra le quali si nascondevano pesci, pescetti e ricci di mare. Tra la spiaggia e quella foresta di alghe si stendeva una striscia di sabbia bianca e fu lì che all'improvviso vidi luccicare qualcosa di giallo. Era profondo quattro o cinque metri, ma per noi, abituati a pescare i ricci e i polipi sommozzando, era un gioco da ragazzi... un tuffo e... voila, ecco il braccialetto nelle nostre mani. Invertita la marcia, siamo tornati orgogliosi e trionfanti sulla spiaggia dove siamo stati abbracciati e sbaciucchiati da moglie e marito, ai quali non pareva vero che avessimo trovato quel tesoro. Nonostante le loro insistenze, non abbiamo accettato nessuna ricompensa, perché lo avevamo fatto solo per simpatia. Di lì è poi nata un'amicizia durata per molti anni, finché come spesso succede, piano piano ci siamo persi di vista, quando loro hanno scoperto Tenerife. Penso con tenerezza ad entrambi, alla loro famiglia che poi negli anni ho conosciuto, a quanto è stato stupido lasciar cadere quella amicizia....
sabato 28 febbraio 2009
Carnevale - Le feste (2)

I preparativi per la festa erano molto laboriosi, sembrava quasi che ogni festa dovesse essere più bella della precedente. Ricordo che l’ultima la facemmo quando avevo una decina d’anni e che, in quell’occasione, davvero mia mamma superò se stessa. Aveva comperato un centinaio di palloncini, che aveva fatto gonfiare con l’elio e, dopo aver legato un paio di metri di nastro colorato a ciascuno, lanciare al soffitto.
Allora assumere l’intrattenitore era considerato un inutile spreco, i bambini erano accompagnati dalle loro mamme e in genere si invitavano a casa propria solo persone conosciute. Ogni bambino portava un regalino: libri, piccoli giochi, caramelle o biscotti. Se erano dolciumi, se ne aprivano un paio di scatole da offrire in giro e il resto si conservava in vista di futuri ricicli. Dopo il buffet, fatto di tramezzini che erano una festa di colori e panini, pizze e pizzette fritte, spremute di arancio e qualche coca cola, cominciavano i giochi nei quali occorreva cimentarsi, c’era un gran cartellone con il disegno di un asino e i bambini – bendati e aiutati da un adulto perché non si infilzassero la puntina della coda nel dito - dovevano cercare di attaccare al posto giusto la coda dell’asino. Vinceva chi arrivava più vicino, poi si facevano tanti giochi tipo sacchi vuoti e sacchi pieni, il pacco, la sedia…. Quando era quasi ora di andar via, portavano le pignate, che si mettevano su un tappeto. Ai bambini, nuovamente bendati, si dava una mazza di scopa interamente rivestita di carta crespa, con una punta come quella dell’asso di bastoni, con la quale dovevano cercare di rompere una delle due pignate, una per i maschi, una per le femmine.
Romperle non era facile, all’interno di ciascun pacco rivestito di carta per dargli la forma di un ananas o di un ortaggio, c’era una grossa pentola di coccio, piena di caramelle e cioccolatini, nascosti tra i coriandoli e un premio: un mazzo di carte per un gioco tipo doppia coppia o memory, oppure una bambolina o un modellino di automobile…
Ad ogni colpo si tastava l’integrità della pignata, il primo che la spaccava era il vincitore del premio e, dopo aver eliminato eventuali schegge, agli altri bambini venivano consegnati coriandoli, caramelle e cioccolatini.
Poi tutti mettevano il cappotto, recuperavano un palloncino colorato e andavano via.
Le feste per gli adulti, invece, di solito prevedevano solo una maschera “en tete”. La cena di solito era a picnic e avveniva tra un giro e l’altro di un torneo di canasta. Se non c’era il torneo, i grandi facevano vari giochi, la corsa con la patata nel cucchiaio, il passaggio sotto un bastone teso sempre più in basso, il ballo con lo spaghetto in bocca o la mela da mangiare in due… E, alla fine, anche i grandi dovevano rompere la pignata. Le signore si mettevano in fila e una alla volta davano una botta sulla pentola, poi ci provavano i loro mariti, a volte la pignata era così ben impacchettata che romperla era difficilissimo e si doveva quindi ricominciare più volte il giro.
Noi bambini naturalmente eravamo stati spediti a letto per tempo, ma io ogni tanto riuscivo a sgattaiolare fuori dalla mia stanza e ad andare a spiare, ma immancabilmente venivo beccata e rispedita a letto.
Carnevale - Maschere (1)

I Parlato erano sempre pronti a festeggiare in compagnia, Natale, Capodanno, Pasqua erano feste rigorosamente assegnate alle sorelle di mio padre, in una interminabile gara di bravura culinaria. Ugualmente festeggiati con gran pompa compleanni ed onomastici delle sorelle, meno quelli dei fratelli, le cui mogli non avevano tanta voglia di darsi da fare.
Il Carnevale, invece, nella loro infanzia costellata di lutti familiari e vissuta con una mamma di salute assai cagionevole, era una festa quasi ignorata, quindi se ne era immediatamente impossessata mia madre che invece amava stare in compagnia (del periodo del collegio non ricordava assolutamente nulla, tanto doveva essere stato infelice). Quindi a carnevale si festeggiava doppiamente, con i parenti e gli amici e con noi bambini. Lei cucinava e cuciva benissimo, era una persona che ignorava la pigrizia, piena di fantasia e di buon gusto com’era, si sbizzarriva a preparare succulenti manicaretti e a cucire vestiti e vestini nei quali ci saremmo pavoneggiati a tutte le feste di carnevale alle quali avremmo partecipato.
Nella nostra casa di via Poerio c’era un salotto ai cui lati c’erano lo studio di mio padre e la camera da pranzo, tutti comunicanti tra loro e che costituivano quindi uno spazio adattissimo alle feste. Dopo aver deciso come ci saremmo vestiti (ed era una delle poche occasioni in cui avevamo voce in capitolo) mamma si metteva subito al lavoro.
Un anno io avevo letto la Tamburrina di Napoleone, un libro per bambini di cui non ricordo quasi nulla, se non la copertina. Mia mamma mi cucì un pantalone di panno azzurro, con due bande dorate ai lati, un corpetto bianco con le spalline azzurre e le nappe dorate che ne discendevano e una sfilza di alamari dorati cuciti su strisce di panno rosso, insomma più o meno come la divisa della foto, salvo che per i colori. La cosa più difficile fu trovare il Kepì, che nessuno dei negozi di articoli carnevaleschi aveva, così che mio padre dovette ingegnarsi a farmene uno, che però era un po' sbilenco. Fortunatamente, però, una mia zia ne vide uno in un negozio di quelli che vendono la carta a peso d’oro e me lo regalò. Siccome ero magrissima, quel costume mi stava benissimo e l'ho potuto indossare a moltissime feste, per almeno un paio d’anni, poi mi è uscito il pettacchione che ho e così dovetti conservarlo. Ce l'ho ancora, nascosto da qualche parte. Negli anni precedenti e successivi mi sono vestita da cowboy, da ballerina, da pacchiana, da cappuccetto rosso, da dracula… Mio fratello più grande, invece, si vestì per anni da Robinson Crosue, anche a lui mamma aveva fatto un costume con pelli di capra e un vecchio pantalone di fustagno, sul quale indossava una camicia ridotta a brandelli… Massimo, il mio fratello piccolo, pestifero e dotato di una volontà ferrea, mal sopportava di indossare due anni di seguito lo stesso costume, né tanto meno avrebbe mai indossato i nostri, quindi si è vestito da diavolo, da casetta (anche questo costume c’è ancora, come quello di Robinson) , da strillone, da cuoco, da arlecchino, da Pierrot… I miei bambini, invece, si sono vestiti per un paio di anni da Pinocchio (sempre grazie alla nonna, che aveva fatto i vestiti di panno lenci rosso e verde) e poi da pagliaccio, da spaziali, da coniglio, da superman.
Ormai, però, per loro il carnevale si festeggia unicamente con la lasagna, che in verità mi riesce piuttosto bene.
domenica 25 gennaio 2009
Un pomeriggio bellissimo

Ieri era domenica e purtroppo pioveva, ogni tanto il cielo si apriva un po' per un'illusione di bel tempo, poi di nuovo acqua a catinelle. Non faceva tanto freddo, ma c'era molto vento e le raffiche di pioggia non invitavano ad uscire, però le bambine di mio fratello, che è ancora a Milano con la moglie, dopo avermi aiutato a cucinare e a mettere la tavola, avevano giocato a lungo con il computer ed il nintendo e ad un certo punto mi pareva che fossero un po' stufe. Così siamo scese nello splendido giardino all'interno del mio palazzo, bellissimo, ma talmente abbandonato da far quasi paura e mentre sul terrazzo panoramico ci godevamo la veduta, ci è venuta voglia di un gelato. Così, detto fatto, abìbiamo avvertito i miei che andavamo a fare una passeggiata e ce la siamo squagliata in fretta, io e le tre bambine. Siamo andati da un gelataio che offre una grande varietà di gusti e la scelta è stata molto laboriosa, cosi' come la demolizione dei gelatoni che avevamo ordinato. Poi volevo far vedere come la forma conica del golfo di Napoli evidenziasse la natura vulcanica del luogo e abbiamo così ammirato la zona di Bagnoli, Monte di Procida e le isole di Ischia e Procida che, a causa del maltempo, si vedevano con grande chiarezza. Finito il giro panoramico, spiegata la leggenda della sirena Posillipo e la storia del palazzo di Donn'Anna, siamo andati a guardare il mare da vicino, le onde spazzavano via Caracciolo (il lungomare) ed era bellissimo vederle frangersi sulla scogliera stando ben al calduccio in macchina... Potete immaginare quante diverse gradazioni di grigio possano esserci in un cielo napoletano in un tramonto nuvoloso? E riuscite a vedere come cambino i colori del Vesuvio quando è illuminato solo a tratti dai raggi del sole che hanno bucato le nuvole in qualche punto? I suoi colori vanno dal viola cupo al rosso, al verde brillante e se - mentre guardate le nuvole e gli intrecci di luce che arricchiscono di colori quella che in genere sembra una montagna brulla - vi accorgete che nei dintorni del porto sorge in tutto il suo splendore un bellissimo arcobaleno quasi completo, riuscite a capire perché chi vive qui- con tutti i problemi e le difficoltà che ci sono nel quotidiano - non sa poi staccarsi da queste luci e da questi colori? Le bambine in macchina non stavano nella pelle e non sapevano più dove e cosa guardare. Il vento soffiava, le nuvole si accavallavano e si rincorrevano nel golfo, il mare urlando la sua furia schiaffeggiava la scogliera con onde alte e rumorose... C'era stata la partita, che il Napoli aveva malamente perso, e c'era ancora un momento di pausa, prima che la folla accalcatasi allo stadio si rovesciasse sulle strade, un'orda incontrollata e delusa... Un pomeriggio bellissimo!
domenica 18 gennaio 2009

Quando si partiva per Positano, l'unica cosa di cui mio padre si preoccupava era il sacchetto con la lampara ed un buon numero di totanari, lunghe lenze che terminavano con una bacchetta di piombo alla quale si legavano accuratamente filetti di alice, che servivano da esca per i totani, animali molto simili ai calamari, che all'epoca abbondavano vicino alla costa.
Per poter andare a pesca, bisognava che ci fosse la luna nuova e che il tempo fosse sufficientemente stabile, per noleggiare una barca a remi ed avventurarsi in mare aperto di notte, con tre bambini e una moglie che non sapeva nuotare, ma che rifiutava di restare ad aspettare a casa.
Quando finalmente la data era decisa, consultati tutti i marinai di fiducia per previsioni del tempo personalizzate, si preparavano le lenze. Erano lenze di un centinaio di metri di nailon doppio, che terminavano con una polpara, un pezzo di piombo, con un amo a forma di cerchio con delle spine di metallo, al quale si legava saldamente un'alice appena pescata. Mio padre si preoccupava anche di acquistare l'acetilene per la lampara, mentre mia madre preparava una merenda a base di rosette di pane imbottite di mortadella, un po' di uva a cornicelle, qualche bottiglietta di gassosa (la coca cola non era ancora entrata saldamente nella nostra cultura) e noi cinque, con un caro amico anche lui appassionato di questo tipo di pesca, ci avviavamo. Eravamo naturalmente vestiti con pantalonacci vecchi e, benché fosse piena estate, eravamo anche obbligati ad indossare le pizzicosissime marinare - pullover di lana fitta tipici della Positano di quegli anni, che erano fatti con lana a buon mercato e pungevano se le indossavi senza avere una camicia sulla pelle.
Si partiva all’imbrunire e ci allontanavamo lentamente dalla spiaggia finché le luci di Positano diventavano piccole piccole. La notte diventava sempre più scura e tutti restavamo in un silenzio quasi religioso, rotto solo dallo sciabordio dei remi.
Giunti al posto ritenuto adatto alla bisogna, si metteva dell’acqua di mare nella lampara, legata a poppa, insieme alle pietre di acetilene e si liberava così un gas con un odore molto penetrante, al quale si dava fuoco. L’assenza della luna faceva concentrare sotto la sibilante luce della lampara decine di aguglie e pesciolini vari e a volte anche i totani, che vedevamo nuotare quasi a pelo dell’acqua, con il loro incantevole color rosso vivo.
Sempre in silenzio, calavamo le nostre lenze, alzando ed abbassando il braccio per cercare di indurre i totani ad abboccare. Quando si sentiva una toccata bisognava tirare su piano piano, senza strappi, con un ritmo costante. Il totano, infatti, nuotando all'indietro, si aggrappava sempre più all'amo mentre, se uno avesse dato uno strappo troppo forte, si sarebbe staccato e sarebbe fuggito. Appena arrivato in barca il totano, che non poteva più sfruttare la forza propulsiva dell'acqua per nuotare, si staccava da solo dall’amo e lanciava un forte spruzzo di acqua, misto ad inchiostro, al quale tutti cercavano di sottrarsi allontanandosi il più possibile da chi lo aveva preso, per riavvicinarsi immediatamente dopo, per valutare la grandezza della preda.
Nelle pesche più fortunate, in un paio d’ore prendevamo una decina di totani e al ritorno non finivamo di commentare la pesca, le catture di questo e di quello, il totano scarpone (molto grosso) che ci era scappato per un pelo… Appena arrivati a casa mamma puliva e cucinava i totani con la salsa di pomodoro, mentre noi, sporchi, infreddoliti e affamati, aspettavamo che fosse pronto a tavola.
Mangiavamo con gli occhi che si chiudevano dal sonno, ma non avremmo rinunciato per nulla al mondo a quella pasta, che ci sembrava buonissima, anche se eravamo così stanchi che a stento riuscivamo a tenere gli occhi aperti.
Capitava, però, anche di tornare a mani vuote, perché non si era trovato il punto giusto, o semplicemente perché eravamo stati poco fortunati, ma anche se un po’ ci restavamo male, un gelatone da Chez Black, il bar che stava sullo stradone e del quale eravamo affezionati clienti, ci consolava in fretta della delusione. E anche senza totani da mettere nel sugo, mamma la pasta la preparava lo stesso.
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